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	<description>Svolgiamo attività di cooperazione nel settore socio-sanitario e formativo.</description>
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		<title>C&#8217;è del buono in questo mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[@auci@]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 07:35:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Servizio Civile]]></category>
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					<description><![CDATA[Siamo finalmente arrivati al dispensario di Oveng Fang, l’ultima tappa della campagna di Santé. Come ogni volta, il viaggio ha subito qualche interruzione casuale: che fosse per i bisogni di qualcuno, per un ponte non del tutto intatto o per due camion bloccati in mezzo alla strada, la meta è stata comunque raggiunta. Dopo tre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo finalmente arrivati al dispensario di Oveng Fang, l’ultima tappa della campagna di Santé.</p>
<p>Come ogni volta, il viaggio ha subito qualche interruzione casuale: che fosse per i bisogni di qualcuno, per un ponte non del tutto intatto o per due camion bloccati in mezzo alla strada, la meta è stata comunque raggiunta. Dopo tre ore di viaggio su strada sterrata, la polvere aveva invaso l&#8217;interno delle macchine; ogni parte del nostro corpo ne era ricoperta, ma nessuno si è posto il problema: eravamo tutti rapiti dai volti delle persone che ci attendevano come bambini che, alla finestra, aspettano il proprio supereroe preferito.</p>
<p>Sono loro il motivo per cui siamo qui, ancora una volta: per cercare di dare il massimo e alleviare quei dolori che si portano dietro da giorni, mesi, anni. Per rassicurarli e cercare di rendere le loro vite un po&#8217; più sane. È questo il nostro obiettivo. Scendiamo dalla macchina senza esitare e senza porci problemi; scendiamo non come supereroi, ma come tredici persone pronte a tutto pur di provare a cambiare qualcosa.</p>
<p>Tutta la squadra, forte del suo sorriso, inizia a scaricare le macchine. Ognuno cerca di sistemare la propria postazione: gli spazi sono pochi e ristretti, l&#8217;acqua e la luce sono ben lontane dall&#8217;esserci. Ma non è un problema. Ci riuniamo tutti in un grande cerchio — personale e pazienti — per la preghiera. Tutti — cristiani, musulmani, atei — restiamo in silenzio, senza giudizi o barriere, immersi ognuno nei propri pensieri ma legati da qualcosa di più forte.</p>
<p>Siamo pronti, si inizia. Ognuno è concentrato sul proprio lavoro, ma tutti sono pronti ad aiutare l&#8217;altro.</p>
<p>Mi occupo delle consultazioni generali; è difficile incrociare i loro sguardi quando ti dicono che non possono permettersi le cure, che devono cercare i soldi anche solo per acquistare un paracetamolo o che, se decidono di fare gli esami, non avranno più nulla per la terapia. Allora proviamo ad aiutarli. Magari eviti di prescrivere un esame di laboratorio, sperando che la diagnosi supposta sia quella giusta, e prescrivi la terapia su quella base. A volte devi indicare i medicinali in ordine di importanza, anche se così rischi di non risolvere tutti i problemi. A volte li osservi scegliere chi far curare in famiglia, perché curare tutti è troppo costoso. Noi proviamo a supportarli anche economicamente, ma sono tanti e non riusciamo a farlo per tutti. Così cerchi di lavorare nonostante i sensi di colpa per essere nata nella &#8220;parte giusta&#8221; del mondo.</p>
<p>Nella stanza entra una donna di circa 50 anni: è venuta per una massa che ha da vent&#8217;anni. In tutto questo tempo aveva consultato molti medici e specialisti, ma o l&#8217;operazione era troppo costosa o il chirurgo non aveva il coraggio di operarla. Era sconfortata e, probabilmente, aveva già perso la speranza. Chiamo i chirurghi per valutare il caso. Philipp la guarda e le dice che avrebbe provato ad aiutarla; non le assicura nulla, ma le promette che non l&#8217;avrebbe lasciata andare via senza provarci. A lei non serviva altro: è corsa immediatamente a casa a prendere i risparmi ed è tornata.</p>
<p>Dopo un&#8217;ora, la donna era finalmente libera da quel peso. La gioia nei suoi occhi era luminosa; ci ha guardati e ha detto solo: &#8220;Merci&#8221;. Per noi era stato solo il nostro lavoro, ma per lei era cambiata la vita.</p>
<p>La giornata prosegue tra consultazioni, ecografie ed esami, senza fermarsi, perché quelle persone stavano aspettando noi. Quando finalmente il centro si svuota e restiamo solo noi del personale, ci ritroviamo per mangiare, ridere e cantare: ognuno di noi aveva vissuto un momento difficile e, insieme, è più facile superarli.</p>
<p>La seconda giornata inizia presto. Facciamo colazione insieme e si riparte. Veronica visita una ragazza per una consultazione prenatale. Purtroppo, questa volta, la paziente non uscirà dal dispensario felice: si tratta di una gravidanza anembrionica, un cosiddetto &#8220;uovo chiaro&#8221;. Per quanto Veronica abbia provato a spiegare che si poteva attendere per l’aspirazione, il rischio che la donna non tornasse più — andando incontro a una possibile infezione — era troppo alto. Si decide quindi di procedere manualmente, poiché in assenza di corrente l’aspiratore non può essere utilizzato.</p>
<p>Come infermiera di sala ho supportato il chirurgo durante la manovra, ma nel frattempo io e le altre colleghe abbiamo cercato di stare il più vicino possibile alla ragazza. Era cosciente, vigile; la sofferenza fisica si sovrapponeva a quella di aver perso un bambino che, per lei, era già reale. Al termine della procedura è entrata la madre e insieme le abbiamo aiutate a lavarsi e rivestirsi. Quando sono state pronte per andare via, anche loro hanno detto una sola cosa: &#8220;Merci&#8221;.</p>
<p>Ancora quel grazie che torna. Un grazie che non ti aspetti, perché quella ragazza della tua stessa età lascia il dispensario consapevole di aver perso qualcosa. Un grazie che non ti aspetti perché non sei riuscita a darle ciò che avrebbe voluto. Eppure, è un grazie che ti riempie il cuore.</p>
<p>Anche la seconda e la terza giornata giungono al termine. Ti fermi a pensare a quante persone hai visto, a quante hai cercato di aiutare e a quante, invece, non sei riuscita a dare il supporto che avresti voluto. Pensi a quei &#8220;grazie&#8221;, ai sorrisi, ai volti riconoscenti, e ti chiedi se ti meriti davvero tutto questo. Non trovi una risposta, ma ti torna in mente una frase di un film: &#8220;C&#8217;è del buono in questo mondo, è giusto combattere per questo&#8221;.</p>
<p>Rientri felice dagli altri e, dopo le ultime risate, si riparte. Ognuno con un bagaglio un po&#8217; più pesante, ognuno con una storia in più da raccontare, ognuno con la consapevolezza di aver provato a fare del proprio meglio affinché questo mondo sia un posto migliore.</p>
<p>Claudia Lazzari</p>
<p>Casco Bianco a Sangmelima, Camerun</p>
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		<title>Tra corridoi, timori e sorrisi: il mio viaggio al Gemelli</title>
		<link>https://auci.org/2025/12/19/tra-corridoi-timori-e-sorrisi-il-mio-viaggio-al-gemelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[@auci@]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 09:41:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Servizio Civile]]></category>
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					<description><![CDATA[Custodisco nel cuore i sorrisi e i ringraziamenti di tutte le persone che ho incontrato in questi sette mesi come mediatrice culturale al Policlinico Gemelli. C’è però un ricordo che brilla più degli altri: la mia prima traduzione in romeno. Era un martedì mattina, il telefono degli interpreti squillò e sentii il cuore accelerare all&#8217;improvviso. [&#8230;]]]></description>
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									<article>
  <p>
    Custodisco nel cuore i sorrisi e i ringraziamenti di tutte le persone che ho incontrato in questi sette mesi come mediatrice culturale al Policlinico Gemelli. C’è però un ricordo che brilla più degli altri: la mia prima traduzione in romeno.
  </p>

  <p>
    Era un martedì mattina, il telefono degli interpreti squillò e sentii il cuore accelerare all&#8217;improvviso. Mentre percorrevo i corridoi verso il reparto, le mani tremavano e la mente era affollata di dubbi: 
    <em>&#8220;E se non conoscessi il termine medico esatto? E se dovessi comunicare una diagnosi difficile?&#8221;</em>
  </p>

  <p>
    Con un nodo in gola e il fiato corto, varcai quella soglia. Solo alla fine, uscendo, riuscii finalmente a respirare: ce l’avevo fatta; ma la lezione più importante non riguardava la precisione dei termini tecnici: la vera vittoria è stata la serenità che ho visto nascere negli occhi di una madre preoccupata e il gesto spontaneo della sua bambina che, prima ancora che io parlassi, mi ha stretto la mano per dirmi che adorava i miei capelli biondi.
  </p>

  <p>
    Oggi, con metà del mio servizio alle spalle, non sono più la stessa volontaria. Le paure non sono scomparse, ma sono diventate consapevolezza. Ho capito che essere mediatrice non significa solo tradurre parole: significa essere il ponte tra due mondi e il porto sicuro dove un paziente può depositare i propri timori.
  </p>

  <p><strong>Alexandra Maria Savin, Progetto Passepartout</strong></p>
</article>
								</div>
					</div>
				</div>
				</div>
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		<title>Costruire fiducia, zolla dopo zolla</title>
		<link>https://auci.org/2025/12/02/costruire-fiducia-zolla-dopo-zolla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[@auci@]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Dec 2025 11:51:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La rivoluzione silenziosa del peperoncino La rivoluzione silenziosa del peperoncino Sono tre mesi che mi sono reinventata contadina. Sono tre mesi che, al mio risveglio, scosto la tenda di fianco al letto per osservare che tempo fa e quale futuro mi attende: se una giornata di sole cocente, a strappare erbe infestanti, smuovere la terra [&#8230;]]]></description>
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    <title>La rivoluzione silenziosa del peperoncino</title>
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<body>

<h1>La rivoluzione silenziosa del peperoncino</h1>

<p>
Sono tre mesi che mi sono reinventata contadina. Sono tre mesi che, al mio risveglio, 
scosto la tenda di fianco al letto per osservare che tempo fa e quale futuro mi attende: 
se una giornata di sole cocente, a strappare erbe infestanti, smuovere la terra per preparare 
il terreno a una nuova semina, collocare gli irrigatori goccia a goccia, raccogliere il peperoncino; 
oppure se la mia mattina sarà scandita da chiacchiere rumorose in changana, al riparo dalla pioggia, 
mentre sbuccio fagioli.
</p>

<p>
Sono tre mesi che, timidamente e spesso maldestramente, cerco di conquistarmi la fiducia e il rispetto 
di questa gente, adattandomi a un contesto lontano anni luce dal mio. Sono passata dall’attraversare 
le strisce pedonali a ritmo di rosso, arancione e verde, a imparare i trucchi e le scorciatoie del 
villaggio per non tornare a casa completamente imbrattata di fango quando piove.
</p>

<p>
Ho cambiato tutto. Ho cambiato lingua, routine, abitudini, concezione del tempo e dello spazio. 
Qui il tempo ha le sue regole, che si sottraggono a quelle a cui sono abituata. La vita comincia presto, 
intorno alle 5:00, quando il sole, appena sorto, è ancora clemente. Così, quando io mi sveglio, 
sono già in ritardo di un paio d’ore rispetto al resto del mondo. Spesso, però, sono ridicolmente puntuali, 
che qui il più delle volte equivale a essere in anticipo. Sovrapporre il proprio tempo interiore — che, 
provenendo da un contesto cittadino, è inevitabilmente accelerato — con quello di questo universo non è 
così semplice e a volte risulta un po’ frustrante.
</p>

<p>
Lo spazio, invece, mi regala più soddisfazioni. Non è severamente incastrato tra palazzi che anticipano 
lo spegnersi del sole nascondendolo dietro di sé, ma si prende ciò che gli spetta: l’infinito. La mattina, 
quando percorro il sentiero che mi conduce alla fattoria dove lavoro, il mio sguardo si srotola in avanti 
per chilometri, ma non abbastanza da raggiungere quell’orizzonte verde e rigoglioso che pulsa laggiù 
e tutt’intorno a me.
</p>

<p>
Dato che un progetto agricolo vero e proprio non era mai stato avviato in questa sede di servizio civile, 
inizialmente non è stato semplice inquadrare il mio ruolo: né per me, né per le persone con cui poco dopo 
mi sarei trovata a lavorare fianco a fianco. Senza farmi scoraggiare dalla mia inesperienza, mi sono messa 
in gioco con umiltà fin dal principio, sporcandomi le mani, cercando di affiancare i lavoratori in tutte 
le loro attività agricole, da quelle più semplici a quelle più tediose e fisicamente stancanti. Poco alla volta, 
però, queste attività hanno assunto un ordine e un senso. Osservando ed emulando i loro gesti apparentemente 
grezzi, mi sono resa conto che celano una finezza dalla quale sono ancora evidentemente lontana e che ogni tanto 
mi procura affettuosi rimproveri: “stai zappando con la tecnica sbagliata”, oppure “hai trapiantato troppi 
germogli di peperoncino nello stesso solco”.
</p>

<p>
In qualche modo, a distanza dei tre mesi sopracitati, comincio a raccogliere i frutti di questa fatica. 
È stato emozionante ritrovarmi faccia a faccia con la responsabile della fattoria a discutere di questioni 
relative a progetti di sviluppo che andavano oltre le singole attività agricole, meramente pratiche, 
e che riguardavano la scrittura di un vero e proprio progetto partendo da zero: valutazione del contesto, 
raccolta dati, stesura di un budget finanziario, candidatura a un bando…
</p>

<p>
Attualmente mi sto cimentando nella progettazione di uno spazio per l’essiccazione e la processazione 
del peperoncino, un ortaggio che all’interno della comunità ha un ruolo chiave per il suo importante valore 
sociale. Ogni anno il momento della raccolta genera opportunità di lavoro per molte famiglie del villaggio, 
che si radunano intorno a questa attività rafforzando inevitabilmente il senso di comunità — o questo è ciò 
che mi piace pensare.
</p>

<p>
Inoltre, il peperoncino è uno dei pochi ortaggi che costituisce una fonte di reddito certa, dato che da tempo 
viene venduto con continuità a un’impresa con la quale si è instaurato un rapporto di fiducia. Questa circostanza, 
apparentemente scontata per un’attività agricola, qui non lo è affatto. La fattoria di Mafuiane nasce in un 
contesto isolato e le capacità imprenditoriali dell’attività sono limitate, così come i mezzi a disposizione 
per trasportare gli ortaggi nei mercati limitrofi. Ecco perché la principale sfida della fattoria è proprio 
la commercializzazione dei prodotti e il guadagno derivante.
</p>

<p>
Il progetto non solo risponde a esigenze economiche immediate, ma aspira a trasmettere competenze e tecniche 
necessarie per avviare un’attività economica sostenibile, che si discosta da quella tradizionale introducendo 
la processazione di piante locali ancora poco utilizzate, quali la Moringa e il Neem. Benché la processazione 
di queste piante somigli a quella del peperoncino e richieda gli stessi spazi, gli effetti positivi della loro 
produzione sarebbero molto diversi e, in questo contesto, potenzialmente innovativi: rivolti alla salute 
materno-infantile e al rafforzamento della capacità imprenditoriale femminile.
</p>

<p>
Per concludere, ci sono giornate più semplici e giornate più complesse. Ma è senz’altro in quelle in cui le cose 
non filano lisce, in cui perdo il senso di familiarità, che riesco forse a intuire come sia proprio nella fatica 
e nello sforzo compiuti per raggiungere un traguardo che si possa incontrare la vera soddisfazione. E che non 
sempre è indispensabile avere un obiettivo chiaramente definito per arrivare da qualche parte: spesso quel traguardo 
è disseminato lungo il percorso, nascosto dentro una conversazione arricchente, uno scambio di idee, 
un’aspettativa disattesa che sposta il centro d’attenzione altrove rispetto a dove era solito poggiarsi.
</p>

<div class="firma">
    Rosa Guidi<br>
    “Caco Bianco”, Mafuiane
</div>

</body>
</html>
								</div>
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		<title>Quando i libri diventano radici</title>
		<link>https://auci.org/2025/10/31/quando-i-libri-diventano-radici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[@auci@]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2025 11:33:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Servizio Civile]]></category>
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					<description><![CDATA[La biblioteca che cresce da sola — Mafuiane La biblioteca che cresce da sola Oggi ho catalogato il 299° libro della Biblioteca di Mafuiane. A febbraio, quando ero andato via di qui, erano un centinaio. Si appoggiavano mesti sugli scaffali a gruppi di cinque o sei: un colpo d’occhio bruttino, onestamente. Ora invece comincia a [&#8230;]]]></description>
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  <title>La biblioteca che cresce da sola — Mafuiane</title>
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    <h1>La biblioteca che cresce da sola</h1>

    <p>Oggi ho catalogato il 299° libro della Biblioteca di Mafuiane. A febbraio, quando ero andato via di qui, erano un centinaio. Si appoggiavano mesti sugli scaffali a gruppi di cinque o sei: un colpo d’occhio bruttino, onestamente. Ora invece comincia a fare un vero effetto biblioteca: gli scaffali sono quasi pieni — presto dovremo comprare altre librerie — e confesso che vederlo mi rende felice (sono un po’ orgoglioso, dai).</p>

    <p>Prima chiamarla “biblioteca” era un po’ improprio: la scelta di libri era davvero poca. C’erano i corsi e l’entusiasmo, questo sì, ma una biblioteca è soprattutto un posto pieno di libri, no? Guardate ora, tra le foto che vi lascio: ci sono libri di botanica, romanzi di scrittori mozambicani, libri di sociologia e filosofia, di matematica, chimica, fisica, biologia, molti libri scolastici, libri di psicologia e di medicina.</p>

    <p>In questo momento sto scartando e catalogando, uno per uno, quelli donatici dall’Istituto Camões: frutto di alcune giornate passate a Maputo, la capitale, bussando alle porte di biblioteche e istituzioni che, a volte, decidono di donarci interi scatoloni di libri. (È la nostra seconda modalità di reperimento: più massimizzante, ma meno precisa della <em>wishlist</em> da cui voi ci regalate). Non nascondo che scoprire quali libri ci sono in quei pacchi etichettati “Per la Biblioteca di Mafuiane”, catalogarli e collocarli sugli scaffali dà belle sensazioni. Mi sembra che questa cosa — portare qui più libri possibile — sia la cosa più sensata che io possa fare in questo villaggio del Mozambico.</p>

    <p>È probabile che quasi nessuno di loro verrà letto nei dieci mesi in cui io sono qui; ma da qui a dieci anni credo che ci saranno alcune centinaia di abitanti di Mafuiane che avranno letto un libro della Biblioteca, e forse ne avranno ricavato un interesse, un’ispirazione, un’aspirazione, una domanda. E queste cose mutano nel profondo le persone — io credo più di una qualsiasi lezione di inglese o di igiene pubblica che io e gli altri miei compagni bianchi istruiti pure eroghiamo; più di una formazione sull’uso di uno strumento diagnostico occidentale che qui, dopo la nostra partenza, verrebbe abbandonato in disuso perché non fa parte del loro modo di fare, o perché mantenerlo è troppo costoso, o perché il personale locale non ha mai avuto un vero interesse a imparare a usarlo. (Queste cose si capiscono bene dalle storie che i miei compagni medici raccontano del loro lavoro al centro di salute di Mafuiane, di cui in una prossima newsletter vi parlerò più approfonditamente).</p>

    <p>Ecco perché mi sento bene mentre scarto queste casse, scopro che libri ci sono, li catalogo e immagino il giorno in cui qualcuno, scorrendoli sullo scaffale, sarà colpito da uno di loro.</p>

    <h2>E tra febbraio e oggi?</h2>

    <p>È una delle domande tipiche della cooperazione: quando ce ne andremo noi europei, quanto di ciò che abbiamo fatto — anche in collaborazione con la comunità locale — continuerà? Beh, questo è un caso abbastanza diverso.</p>

    <p>In primis, non è veramente un caso di cooperazione internazionale. È stato il progetto di quattro amici, due mozambicani e due italiani, conosciutisi — è vero — per peripezie legate anche al mondo della cooperazione e delle missioni cristiane; ma quello è stato solo il pretesto. Io a febbraio non ero con nessuna ONG. Cavanisse ed Eduardo non lo sono, e non è all’orizzonte che lo siano. Ora sono qui in Servizio Civile con <strong>AUCI</strong> come ONG di invio.</p>

    <p>In secundis, l’origine della Biblioteca non è stata soltanto un’iniziativa di uno straniero (mia o di Sofia), ma sin dall’inizio l’idea è stata discussa con Cavanisse ed Eduardo, e il suo gradimento è stato sondato tra i loro amici.</p>

    <p>Terzo: il lavoro dei giovani gestori è sempre stato presentato come volontariato, senza soldi in gioco (non abbiamo un euro) e senza vantaggi materiali immediati.</p>

    <p>Però — stavo dicendo — in mia assenza, cioè in assenza di uno straniero bianco con il suo modo di fare energico, occidentale, imbevuto di slanci di produttività e attività, e che ancora da molti è percepito automaticamente come <em>chefe</em> (il capo), la biblioteca è andata meglio di quanto mi aspettassi. I corsi sono proseguiti, i responsabili hanno deciso in autonomia di organizzare anche dei test per verificare l’apprendimento; sono state fatte alcune proiezioni; c’è stata una festa di fine corsi con la consegna di attestati agli studenti dei corsi di inglese e informatica. Insomma, la biblioteca è stata autonoma: i gestori — e non solo i fondatori — se ne sono assunti la responsabilità.</p>

    <p>Lo interpreto come un segnale che la biblioteca è una cosa voluta, e forse addirittura creduta, dai ragazzi di Mafuiane, non solo da me. E che, in parte — è un’idea davvero dura a morire — sto riuscendo a non farmi percepire come un capo, con più diritti e responsabilità degli altri gestori.</p>

    <p>Nel corso di questo anno di Servizio Civile cercheremo di invitare a crederci anche il resto della comunità del villaggio. Quello che era impossibile per dei giovani volontari — che nella vita hanno anche da lavare i panni al fiume, da cucinare per tutta la famiglia, da studiare per la scuola, da prendersi cura dei fratelli piccoli e dei figli dei vicini — di Mafuiane, che ricordo essere un villaggio rurale a due ore di <em>chapa</em> dalla città, è quello di cui mi sto occupando io ora: andare a Maputo in giornata, presentarsi alle istituzioni per reperire libri e contatti utili (per esempio con chi ci offra una formazione da bibliotecari), procurarsi un passaggio in macchina per trasportare i pacchi di libri, spendere i soldi per il trasporto. Le cose, insomma, per cui servono tempo e denaro.</p>

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      <p class="signature">Davide Cristaldi, Casco Bianco a Mafuiane+</p>
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		<title>Dove la sabbia incontra il mare: un giorno da casco bianco in Madagascar</title>
		<link>https://auci.org/2025/10/29/dove-la-sabbia-incontra-il-mare-un-giorno-da-casco-bianco-in-madagascar/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[@auci@]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Oct 2025 12:17:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Anakao, il respiro lento della cura Un racconto di volontariato tra sabbia, mare e vita quotidiana È mattina presto quando partiamo per la giornata di clinica mobile, ma il sole è già caldo: l’estate si avvicina inesorabilmente. In macchina ci stringiamo sui sedili dietro; qualcuno viaggia nel cassone insieme agli strumenti per le attività legate [&#8230;]]]></description>
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<article>
  <h1>Anakao, il respiro lento della cura</h1>
  <h2><em>Un racconto di volontariato tra sabbia, mare e vita quotidiana</em></h2>

  <p>È mattina presto quando partiamo per la giornata di clinica mobile, ma il sole è già caldo: l’estate si avvicina inesorabilmente. In macchina ci stringiamo sui sedili dietro; qualcuno viaggia nel cassone insieme agli strumenti per le attività legate alla malnutrizione infantile. La musica non manca mai: è una costante in viaggio, ma non solo — anche in villaggio risuona sempre, che sia mattino, pomeriggio o notte, proveniente da abitazioni private, casse portate in giro dai ragazzi o bar deserti.</p>

  <p>Attraversiamo paesaggi aridi; la strada è fatta di sabbia, come quasi tutto qui, nella regione di Toliara, nel sud-ovest del Madagascar. Ai lati, distese di alberelli e arbusti rinsecchiti, cactus e agavi. Incontriamo qualche carretto trainato dagli zebù, pastori che pascolano branchi di capre e che ci fissano sempre quando li superiamo, forse in rassegnata attesa della nube di sabbia che li avvolgerà.</p>

  <p>Quando ci avviciniamo ai villaggi sulla costa, dal finestrino spunta il mare, di un blu che sembra irreale: io e Ambra ne siamo sempre ammaliate e ci esibiamo puntualmente in esclamazioni entusiaste, mentre gli agenti nutrizionali malgasci ridacchiano, abituati da sempre a quello spettacolo che a noi pare ancora una novità.</p>

  <p>Arrivati in villaggio, sistemiamo il materiale nella zona che ci è stata designata – qualche volta una capanna, altre lo spazio ombreggiato di una veranda – e ci dedichiamo a pubblicizzare le attività della giornata per le strade, richiamando le famiglie con il megafono.</p>

  <p>Mi piace particolarmente questo momento, perché mi consente di spiare la vita del villaggio attraverso la quotidianità dei suoi abitanti: una donna vende pomodori e cipolle esposti sui sacchi stesi a terra; un capannello di uomini, vecchi e giovani, è indaffarato attorno alle piroghe e alle reti da pesca. Bambini di varie età si rincorrono sulla spiaggia, impanati di sabbia da capo a piedi; masticano cose che non dovrebbero, scavano, giocano, ridono. Qualcuno dei più piccoli, rimasto indietro, piange disperato finché un fratello, una sorella o un amico più grande non decide di prenderlo in braccio.</p>

  <p>Vicino alle case – un’armonia e disarmonia di abitazioni in mattoni, lamiera e <em>vonjo</em>, che sembrano uscite direttamente dalla fiaba dei <em>Tre Porcellini</em> per la loro varietà – ci sono donne che cucinano sulla <em>fatapera</em>, il fornello a carbone: friggono patate dolci o pesci, o lavano vestiti in grosse bacinelle di plastica colorata, con i bambini sempre attorno. Qualcuno ci saluta quando passiamo, qualcuno chiede delucidazioni sul punto di ritrovo, qualcun altro ci fissa senza parlare.</p>

  <p>Di solito si presentano in tanti, alla spicciolata, e finalmente cominciamo con le nostre attività.</p>

  <p>Lo screening della malnutrizione procede sempre a ritmo sostenuto: gli agenti nutrizionali sono un gruppo rodato e anche noi due, ormai, ci siamo impratichite con i numeri in francese e le indicazioni in malgascio – “sali qua”, “scendi”, “indietro coi piedi”, “no, non fa male, vedi?” – mentre maciniamo misurazioni e calcoli di <em>score</em>. I bambini si prestano al temuto esame della bilancia e dell’altimetro con due approcci profondamente diversi: qualcuno, spavaldo – ma sempre troppo pochi – si fa avanti senza paura, e c’è anche chi si pesa due o tre volte perché lo trova divertente; la maggioranza, invece, nutre un terrore irrazionale dei nostri strumenti e si rifiuta di rimanere in piedi sulla bilancia, esibendosi in pianti disperati.</p>

  <p>Si imposta la terapia per i bambini che risultano malnutriti: farmaci antiparassitari prima di tutto, poi i prodotti nutrizionali. Si visitano i piccoli pazienti che abbiamo in carico, si valuta la loro situazione; infine, si raduna la piccola folla che si è creata per una lezione sulla corretta alimentazione, con tanto di attività interattive per verificarne l’apprendimento. Questa parte, di solito, piace di più ai bambini che non lasciarsi misurare: si spintonano per guadagnarsi un turno al “mercato”, dove devono fare la spesa per un pasto bilanciato. C’è sempre chi finisce per scegliere riso e patate insieme, ma certe convinzioni sono più difficili di altre da eradicare — e non solo in Madagascar.</p>

  <p>Le visite della clinica mobile hanno un menù fisso — tosse, mal di pancia, mal di testa, le infinite carrellate di lesioni dermatologiche da parassiti o funghi — ma anche le specialità del giorno: una donna con il dispositivo contraccettivo sottocutaneo che spunta in parte dal braccio; un signore anziano con gli occhi giallo limone; una bambina con una brutta infezione alle orecchie dovuta ai buchi per gli orecchini.</p>

  <p>Spesso ci si scontra con le difficoltà legate al contesto: basse risorse, qui, significa che i pazienti dovrebbero recarsi fino in capitale per un esame più approfondito – un viaggio impensabile, dal punto di vista economico, per la maggior parte delle persone – oppure che avrebbero bisogno di strumenti diagnostici o farmaci inesistenti in tutto il Madagascar. Il basso livello di scolarizzazione e di consapevolezza fa sì che le persone abbiano un’idea molto vaga del proprio corpo e della propria salute: talvolta i sintomi vengono ignorati per mesi o anni, considerati normali o sopportati, mentre altri vengono inventati o ingigantiti; le spiegazioni risultano vaghe, inconcludenti.</p>

  <p>Infine, quando abbiamo il lusso di uno spazio chiuso, ci sono le ecografie in gravidanza.</p>

  <p>Incontriamo tantissime mamme giovani: incinte a 16-17 anni del primo figlio, a 24-25 del terzo. La maggior parte non si mostra particolarmente interessata a ciò che appare sullo schermo, ma qualcuna si sporge per sbirciare. Ci lasciano fare, non fanno domande, se non qualcuna relativa al sesso del nascituro; quando alla fine dell’eco diciamo loro che è tutto a posto, però, un sorriso di solito ce lo regalano.</p>

  <p>Mi chiedo spesso cosa passi per la testa di queste donne silenziose, che rispondono alle domande solo con un cenno del mento, che raramente mostrano emozioni: vorrei capire come vivono la gravidanza, il parto, la maternità, la vita di tutti i giorni in questi villaggi sperduti. Ma non è solo la barriera linguistica a impedirmelo: c’è anche una loro chiusura, un’impenetrabilità che a volte assomiglia ad apatia.</p>

  <p>Mentre rientriamo ad Anakao, di nuovo stretti nella macchina che sobbalza sulla sabbia della strada, stanchi ma mai a tal punto da non cantare la solita playlist mista di musica malgascia e Olly, penso che in questo momento, in questo posto, con queste persone, mi sento profondamente felice.</p>

  <p>Essere un’ostetrica civilista ad Anakao mi mette di fronte a continui contrasti: il bello col brutto, il puro col corrotto, la gioia con la rassegnazione, la vita con la morte, la buona volontà con i limiti; il mio privilegio — quello di aver potuto scegliere di venire qui, di potermici sentire felice e a casa — con l’inesorabilità di chi qui ci è nato.</p>

  <footer style="margin-top: 2em; text-align: right;">
    <p><strong>Francesca Bonadei</strong><br>
    <em>Casco bianco ad Anakao</em></p>
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		<title>Una nuova casa lontano da casa: vivere a Dodoma</title>
		<link>https://auci.org/2025/09/15/una-nuova-casa-lontano-da-casa-vivere-a-dodoma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[@auci@]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 10:58:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Servizio Civile]]></category>
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									<p>Partiamo con il volo interno <strong>“Dar es Salaam–Dodoma”</strong> con alcune ore di ritardo; ci aveva già fatto assaporare la filosofia del <strong>“polepole”</strong> (“<strong>lentamente</strong>”) che avrebbe scandito la quotidianità dei giorni a venire in questa terra nuova.<br>
Ormai il <strong>sole</strong> era tramontato e ciò che mi colpì di più fu il <strong>buio</strong> visto dal finestrino del mio sedile: chilometri e chilometri di apparente <strong>nulla</strong>. Dopo un’ora di viaggio, un insieme disomogeneo e travolgente di <strong>puntini bianchi</strong> illuminava il paesaggio. Finalmente, <strong>Dodoma</strong>.</p>

<p>La prima impressione che ho avuto della città è stato il <strong>fil rouge</strong> che mi ha accompagnata poi nella sua scoperta: <strong>disordine, confusione, caos</strong> in ogni suo angolo. Infatti, la realtà qui si è presentata come un <strong>pugno in piena faccia</strong> e mi ha tolto qualsiasi commento per qualche giorno: “Come posso descriverla a chi non l’ha vissuta?” mi ripetevo. Ma forse il fine era proprio quello, viverla attraverso tutti e cinque i <strong>sensi</strong> senza troppe spiegazioni.</p>

<p>Da un iniziale turbamento, carico di <strong>pregiudizi culturali</strong>, oggi vedo la realtà con <strong>occhi diversi</strong>. Qui la gente per strada ti <strong>saluta</strong>, <strong>stringe le mani</strong> e non rispetta quegli <strong>“spazi vitali”</strong> che una ragazza proveniente dal nord Italia ritiene sacri. Però, a forza di essere fermata per strada, a volte <strong>fotografata</strong>, altre accolta con un grande <strong>sorriso</strong> e un “<strong>Karibuni Tanzanìa</strong>” o con qualche <strong>ballo tradizionale</strong>, anche il muro più alto <strong>crolla</strong> e ci si sente stranieri in un paese che però ti dà il <strong>benvenuto</strong> con un <strong>abbraccio</strong>.</p>

<p>Il <strong>St. Gemma Hospital</strong> è una piccola realtà distrettuale che si occupa di un numero limitato di pazienti: vi sono <strong>ambulatori di medicina generale</strong>, <strong>uffici amministrativi</strong>, un <strong>laboratorio analisi</strong>, una <strong>farmacia</strong>, la <strong>radiologia</strong> e reparti (“ward”) composti da singole stanze di degenza con pochi posti letto. Tra questi sono presenti: <strong>pediatria</strong>, <strong>chirurgia femminile</strong>, <strong>chirurgia maschile</strong> e il <strong>reparto di maternità</strong>, quello che ospita il maggior numero di pazienti in assoluto.</p>

<p>Appena arrivata all’ospedale, ho subito percepito un’<strong>aria di gioia</strong> e di <strong>famiglia</strong>: tutti si conoscono e l’ultimo arrivato viene sempre accolto con grande <strong>entusiasmo</strong>. Nonostante ciò, non è stato facile abituarsi alle <strong>modalità di lavoro</strong>, all’<strong>assenza di divisione dei compiti</strong>, al “<strong>tutti possono fare tutto</strong>”, ai <strong>tempi dilatati</strong> anche per le procedure più veloci, alle poche <strong>risorse</strong> (talvolta nemmeno funzionanti), al <strong>disordine generale</strong>.</p>

<p>L’iniziale <strong>frustrazione</strong> per non riuscire a compiere al meglio il proprio lavoro, garantendo efficacia ed efficienza al paziente (proprio da <strong>mindset occidentale</strong>), fortunatamente è andata via via attenuandosi, lasciando spazio a un senso di <strong>armonia</strong> e a una ricerca di <strong>comunicazione costruttiva</strong> con i colleghi. Uno <strong>scambio culturale</strong> di <strong>esperienze</strong>, <strong>conoscenze</strong>, <strong>protocolli</strong>, <strong>procedure</strong> e una grande <strong>apertura</strong> e <strong>curiosità</strong> da entrambe le parti. Penso che questo sia allo stesso tempo un <strong>punto di partenza forte</strong>, ma anche il <strong>fine ultimo</strong> di tutto. Ci sono giorni che vanno a ritmo di “<strong>Amefanya Mungu</strong>”, mentre altri sembrano solo <strong>faticosi</strong> e <strong>interminabili</strong>, però il percorso verso una nuova cultura non può di certo essere tutto lineare. Ad ogni modo, non siamo certo qui per <strong>arrenderci</strong>!</p>

<p>Ciò che più mi ha colpito della <strong>Maternità</strong> al St. Gemma, però, sono proprio le <strong>donne</strong>: esempi di <strong>forza</strong> e <strong>resilienza silenziosa</strong>. In queste settimane ho incrociato tantissimi <strong>sguardi</strong> e da ognuno ho percepito <strong>storie diverse</strong>, che terminano sempre con un <strong>sorriso</strong> accompagnato da un “<strong>Asante</strong>” (“<strong>Grazie</strong>”). Qui, però, l’unica che dovrebbe dire grazie sono io a loro, per la <strong>solidarietà femminile</strong> da cui sono circondata ogni giorno: <strong>vicine di letto</strong> che si sostengono a vicenda con l’<strong>allattamento</strong>, <strong>sorelle di donne</strong> che assistono altre donne durante le <strong>contrazioni</strong>, <strong>madri</strong> che si presentano alla porta del reparto con il <strong>cibo pronto</strong> per le figlie e il “<strong>chai</strong>” (<strong>tè tradizionale</strong>) che le accompagnerà durante il travaglio e infine un gruppo di donne al di fuori della maternità ad attendere in <strong>silenzio devoto</strong> una <strong>vita nuova</strong> che arriva.</p>

<p>Un altro esempio di <strong>femminile</strong> che mi accompagna in questa avventura sono le <strong>suore</strong> che ci hanno accolto nella loro casa: tutte donne impegnate in <strong>servizi</strong> per la <strong>congregazione</strong> o per l’ospedale, che però diventano anche “<strong>mamme</strong>” se ti senti poco bene o si accorgono che non stai mangiando molto. Donne che non perdono l’occasione di <strong>gioire</strong> della quotidianità a ritmo di <strong>tamburi</strong>, con <strong>danze</strong> e <strong>canti</strong>, facendoti sentire parte di una grande <strong>famiglia</strong> tutta al femminile.</p>

<p>Il <strong>tempo</strong> qui scorre <strong>calmo</strong>, <strong>tranquillo</strong>, eppure un mese sembra già volato via. Spero di continuare a stupirmi della <strong>fortuna</strong> che ho di vivere tutto questo.</p>

<p>Dal mio posto semplice e felice per ora è tutto.</p>

<p style="color:blue; font-style:italic;">Ilaria Schievano, <em>casco bianco</em> a Dodoma, Tanzania</p>
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		<title>Alba su Sori</title>
		<link>https://auci.org/2025/09/15/alba-su-sori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[@auci@]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 10:48:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Servizio Civile]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Tempo di Uno Sguardo Il Tempo di Uno Sguardo Suona la sveglia alle 6, quando apro gli occhi nel buio del mio letto, nella casetta che condivido con Francesca. Ho ancora molto sonno e resto distesa più del necessario, mentre, decifrando i rumori provenienti dalla cucina, capisco che Francesca sta preparando il caffè. Oggi [&#8230;]]]></description>
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<body>
  <h1>Il Tempo di Uno Sguardo</h1>

  <p>
    Suona la <strong>sveglia</strong> alle 6, quando apro gli occhi nel <strong>buio</strong> del mio letto, nella <strong>casetta</strong> che condivido con Francesca.
    Ho ancora molto <strong>sonno</strong> e resto distesa più del necessario, mentre, decifrando i <strong>rumori</strong> provenienti dalla cucina, capisco che Francesca sta preparando il <strong>caffè</strong>.
  </p>

  <p>
    Oggi andiamo a <strong>Nairobi</strong> per rinnovare il nostro <strong>visto</strong>.
    Abbiamo preso un <strong>bus</strong> in partenza da <strong>Sori</strong>, il villaggio più vicino alla missione, alle 7.
  </p>

  <p>
    Per la <strong>prima volta</strong> da quando siamo qui, sbirciamo la <strong>vita del villaggio</strong> alle <strong>prime luci del giorno</strong>, anche se l’impressione è che la giornata, per la maggior parte delle persone che incrociamo lungo il tragitto, sia iniziata già da qualche ora.
  </p>

  <p>
    Lungo la strada vediamo le <strong>donne</strong> risalire dai sentieri che portano al <strong>lago</strong>, con grandi <strong>catini</strong> poggiati sulla testa contenenti <strong>stoviglie pulite</strong>, probabilmente quelle appena lavate, usate il giorno precedente.
    I <strong>colori accesi</strong> dei vestiti e del <strong>plasticume pacchiano</strong> che portano sul capo contrastano con il paesaggio dai <strong>toni pastello</strong>.
  </p>

  <p>
    Gruppetti di <strong>bambini</strong> di età diverse indossano l’uniforme per andare a <strong>scuola</strong>. Qualcuno porta un <strong>quaderno</strong> in mano, altri hanno un piccolo <strong>zainetto</strong> sulle spalle.
    Il <strong>sole</strong> fa capolino dietro limpide <strong>nuvole a pecorelle</strong>, proiettando un gioco di <strong>luci</strong> che mi ricorda le <strong>albe invernali</strong> passate in autobus per andare a scuola, a casa mia.
  </p>

  <p>
    Saliamo sull’<strong>autobus</strong> che ci porta a Nairobi, uno di quei pullman alti da una <strong>cinquantina di posti</strong>, uno di quelli per cui ci si litigava i sedili in fondo durante le <strong>gite al liceo</strong>.
  </p>

  <p>
    I nostri <strong>posti anteriori</strong> ci permettono di vedere il <strong>mondo</strong> dai grandi <strong>finestroni</strong> del bus, e così continuiamo a <strong>sbirciare</strong> le <strong>mattine degli sconosciuti</strong>, che incrociano le loro vite con le nostre per <strong>sottili attimi</strong>, che non bastano nemmeno per il tempo di uno <strong>sguardo</strong>.
  </p>

  <p>
    La <strong>strada</strong>, che ha solo una carreggiata per senso di marcia con <strong>guida a destra</strong>, sembra un <strong>sottile filo di lana</strong> appoggiato sopra il <strong>verde</strong> della campagna.
    Un <strong>ricamo di asfalto</strong> scuro che taglia a metà la <strong>natura rigogliosa</strong>.
  </p>

  <p>
    Ai lati delle carreggiate c’è un sottile <strong>bordo di terra</strong> tendente al <strong>rossiccio</strong>, e poi una <strong>distesa di verde vivo</strong> che si perde solo all’<strong>orizzonte</strong>, disegnato dalle sagome delle <strong>colline</strong> che ci circondano.
  </p>

  <p>
    Poco fuori Sori incrociamo due <strong>donne</strong> che, camminando sul <strong>ciglio della strada</strong>, trasportano dell’<strong>acqua</strong> in lunghi <strong>secchi blu</strong>, poggiati come di consueto sulla testa.
    Con un braccio tengono il secchio in equilibrio e, nonostante non diano segni di <strong>fatica</strong>, per un attimo immagino i <strong>muscoli brucianti</strong> di un <strong>rito mattutino</strong> che, nell’immaginario dei miei pensieri, si ripete ogni giorno.
  </p>

  <p>
    I <strong>campi coltivati</strong> sono popolati da donne, uomini e bambini che, <strong>piegati sulla schiena</strong> in angoli vertiginosi, <strong>raccolgono</strong>, <strong>ordinano</strong> e <strong>tagliano</strong>.
  </p>

  <p>
    Un <strong>bambino</strong> di non più di sei anni <strong>corre</strong> lungo la strada <strong>sbracciandosi</strong>, con un <strong>sorriso ampio</strong>, l’uniforme <strong>blu</strong> e lo <strong>zainetto rosso</strong>.
  </p>

  <p>
    Poco più avanti una <strong>moto</strong> si è fermata, e l’uomo che la guida si <strong>volta</strong> indietro per vedere quanto manca al bambino per raggiungerlo.
    Forse è il <strong>padre</strong>, irritato per l’ennesimo <strong>ritardo</strong> nel portarlo a scuola.
    O forse solo un <strong>uomo gentile</strong>, che offre un <strong>passaggio</strong> a un <strong>bambino sconosciuto</strong>.
  </p>

  <p>
    Lo <strong>schermo</strong> attraverso cui guardo la vita che mi circonda è velato dai <strong>filtri del mio passato</strong>, del mio <strong>contesto socio-culturale</strong>, che mi portano a supporre <strong>intenzioni</strong>, <strong>situazioni</strong>, <strong>scopi</strong>.
    Magari erano solo una <strong>moto ferma</strong> e un <strong>bambino che correva</strong> per la strada,
    ma mi piace pensare che il mio <strong>cervello</strong> ci abbia visto un <strong>incontro</strong>.
  </p>

  <p class="firma">
    Linda Scarpa, <em>Caschi Bianchi</em> a Karungu, Kenya
  </p>

</body>
</html>
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		<title>Piccola Africa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[@auci@]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 10:31:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Piccola Africa Piccola Africa La terra rossa, la polvere che si alza e arriva nel retro di un pick-up, il buon profumo del cibo pronto che spesso si mescola all’odore di urina e di bruciato, i baracchini azzurri, i bambini scalzi e con le canottiere bucate. Gli occhi, fari bianchi colmi di stupore. I panni [&#8230;]]]></description>
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  <title>Piccola Africa</title>
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</head>
<body>

  <h1>Piccola Africa</h1>

  <p>
    La <strong>terra rossa</strong>, la <strong>polvere</strong> che si alza e arriva nel retro di un pick-up, il buon profumo del <strong>cibo pronto</strong> che spesso si mescola all’odore di <strong>urina</strong> e di <strong>bruciato</strong>, i <strong>baracchini azzurri</strong>, i <strong>bambini scalzi</strong> e con le canottiere bucate. 
    Gli <strong>occhi</strong>, fari bianchi colmi di <strong>stupore</strong>. I <strong>panni stesi</strong> sull’erba. La <strong>musica</strong>, il <strong>caos</strong>. Le <strong>urla</strong>. <strong>“Les blanches”</strong>.
  </p>

  <p>
    <strong>Sei ragazze bianche</strong>. Sei ragazze <strong>strane</strong>, <strong>diverse</strong>, <strong>belle</strong>. <br>
    Sei ragazze che un po’ si somigliano, non solo per il <strong>colore della pelle</strong>. <br>
    Si osservano, si passano l’<strong>olio</strong> a tavola. Cominciano a <strong>prendersi in giro</strong>, prima con estrema dolcezza, poi azzardando qualche <strong>battuta tagliente</strong>. <br>
    Sembra che si piacciano. Sei ragazze che <strong>diventano casa</strong>.
  </p>

  <p>
    Condividono i <strong>primi pianti</strong>, il primo <strong>viaggio nella foresta incontaminata</strong>, la prima <strong>passeggiata al mercato</strong>, le prime <strong>grida dall’ospedale</strong>, il primo <strong>mototaxi</strong>, la prima <strong>vipera nel piatto</strong>, i primi <strong>problemi intestinali</strong>. <br>
    I primi <strong>saluti pieni di nostalgia</strong>, per chi ti ha accompagnato solo nelle prime due settimane d’Africa. <br>
    I primi <strong>weekend senza luce</strong>, le prime <strong>48 ore senza acqua</strong>. <br>
    I primi giorni in <strong>ospedale</strong>. I primi <strong>parti</strong>, <strong>scioccanti</strong>. Il primo <strong>intervento</strong>, la prima <em><strong>salle opératoire</strong></em>. Le prime <strong>destabilizzazioni</strong>, personali e professionali.
  </p>

  <p>
    Sei ragazze che si fanno spazio in una <strong>piccola casa</strong> dietro un <strong>albero di guajava</strong>. <br>
    Fanno spazio a <strong>tante prime volte</strong>. <br>
    Fanno spazio a <strong>persone</strong> ed <strong>emozioni nuove</strong>.
  </p>

  <p class="firma">
    Emma, Veronica, Claudia, Alice, Federica, Camilla<br>
    <strong>Caschi Bianchi a Sangmelima, Camerun</strong>
  </p>

</body>
</html>
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		<title>Donare Bellezza: Un Mese ad Anakao tra Cura, Formazione e Solidarietà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[@auci@]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Sep 2025 07:40:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Servizio Civile]]></category>
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					<description><![CDATA[Donare Bellezza: Un Mese ad Anakao Donare Bellezza: Un Mese ad Anakao tra Cura, Formazione e Solidarietà È passato circa un mese da quando siamo arrivate ad Anakao per la prima volta. Era il 31 luglio e ancora non mi rendevo conto dell’esperienza che stavo intraprendendo. Dopo giorni di viaggio, non mi sembrava vero essere [&#8230;]]]></description>
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    <title>Donare Bellezza: Un Mese ad Anakao</title>
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        <h1>Donare Bellezza: Un Mese ad Anakao tra Cura, Formazione e Solidarietà</h1>
        
        <p>È passato circa un mese da quando siamo arrivate ad <strong>Anakao</strong> per la prima volta. Era il 31 luglio e ancora non mi rendevo conto dell’esperienza che stavo intraprendendo. Dopo giorni di viaggio, non mi sembrava vero essere finalmente arrivata. Tutto di <strong>Anakao</strong> mi incuriosiva: dopo averlo immaginato per così tanto tempo, avrei voluto divorare ogni particolare con gli occhi. È stato un inizio lento, in punta di piedi, perché non è facile inserirsi in un posto del genere. Ha le sue <strong>usanze</strong>, le sue <strong>regole</strong>, ed è giusto rispettarle e comprenderle per poter fare la propria parte.</p>
        
        <p>Per i primi dieci giorni, io e la mia compagna di viaggio <strong>Francesca</strong>, anche lei <strong>ostetrica</strong> come me, abbiamo partecipato alla <strong>formazione specifica</strong> nel centro di <strong>sanità di base</strong>. Abbiamo avuto un primo approccio al <strong>CSB</strong>, per capire come funziona e per conoscere gli operatori locali che ci lavorano, e abbiamo iniziato a entrare in contatto con i <strong>pazienti</strong>. Finito il corso, sono iniziate le vere e proprie <strong>attività lavorative</strong>, che si dividono tra il centro di sanità, dove affianchiamo <strong>infermieri</strong> e <strong>ostetriche</strong> nel lavoro ospedaliero quotidiano, e il <strong>centro per la malnutrizione</strong>, dove, insieme agli agenti <strong>nutrizionali</strong>, facciamo screening per la <strong>malnutrizione acuta infantile</strong> e prendiamo in carico i <strong>bambini malnutriti</strong>.</p>
        
        <p>Oltre a queste attività, circa una volta a settimana ci spostiamo nei <strong>villaggi</strong> vicini con la <strong>clinica mobile</strong>, per permettere anche alla popolazione più isolata l’accesso alle <strong>cure di base</strong>. Inoltre, una parte fondamentale del progetto è la <strong>formazione</strong> sia della popolazione che del <strong>personale locale</strong>, per aumentare la conoscenza delle persone su importanti tematiche sanitarie e contribuire al percorso di crescita degli operatori. Questo concetto è racchiuso anche nel nome dell’associazione locale: <strong>Fanday Soa</strong>, infatti, significa proprio &#8220;le cose belle che portiamo con noi per donarle agli altri&#8221;.</p>
        
        <p>Ci sono sempre tante cose da fare e da sviluppare, e il mio augurio per i prossimi mesi è proprio questo: riuscire a donare più <strong>cose belle</strong> possibile.</p>

        <footer>
            <p><em>Ambra Falasco,<br> Casco Bianco ad Anakao, Madagascar</em></p>
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    </article>

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		<title>Caschi Bianchi a Chimbote: una voce dalla baia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[@auci@]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Aug 2025 13:26:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Chimbote – Testimonianza Appena sono scesa dal bus che mi ha portata da Lima a Chimbote, sono stata subito avvolta dall’odore intenso del pesce, dal suono incessante dei clacson e dalle voci dei venditori ambulanti, che per un attimo mi hanno lasciata spaesata. È stato il mio primo contatto con una città complessa, che sto [&#8230;]]]></description>
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  <title>Chimbote – Testimonianza</title>
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    <p>Appena sono scesa dal bus che mi ha portata da Lima a Chimbote, sono stata subito avvolta dall’odore intenso del pesce, dal suono incessante dei clacson e dalle voci dei venditori ambulanti, che per un attimo mi hanno lasciata spaesata. È stato il mio primo contatto con una città complessa, che sto imparando poco a poco a conoscere nelle sue molte sfaccettature.</p>

    <p>Chimbote è il principale centro di pesca del Perù: nella baia si affollano centinaia di imbarcazioni e, tutt’intorno alla città, si trovano numerosi stabilimenti industriali per la lavorazione del pesce, insieme a qualche industria siderurgica. Non è difficile immaginare, quindi, la lunga storia di inquinamento e degrado ambientale che segna questo territorio. Ancora oggi, infatti, Chimbote è considerata una delle città più inquinate del Perù e dell’America Latina.</p>

    <p>In questo contesto, all’inizio degli anni ’90, alcuni attivisti locali fondarono l’Instituto Natura, l’ONG ambientalista che mi ospita per il mio servizio civile. In quegli anni, le fabbriche – situate per il 70% in quartieri residenziali – scaricavano direttamente nelle fognature e in mare i resti organici della produzione e contaminavano l’aria con fumi tossici. Non sorprende che in quel periodo fossero comuni malattie respiratorie, problemi alla pelle e persino che l’epidemia di colera del 1991-1993 fosse collegata alle condizioni igienico-sanitarie compromesse dall’inquinamento.</p>

    <p>L’obiettivo di Natura era dare voce alla comunità e contrastare un modello industriale che stava seriamente mettendo a rischio la salute delle persone e degli ecosistemi. L’organizzazione promosse campagne di sensibilizzazione, dialogo con le istituzioni e pressione sulle imprese, ottenendo risultati concreti: una decina di fabbriche furono spinte ad adottare tecnologie più pulite, installare sistemi di depurazione e trasferirsi fuori dalle aree abitate. Per questo impegno, la fondatrice María Elena Foronda Farro ricevette nel 2003 il prestigioso Goldman Environmental Prize, considerato il “Nobel per l’ambiente”.</p>

    <p>Nonostante l’instancabile lavoro, le sfide non sono finite. La pesca industriale continua a esercitare enormi pressioni sull’ambiente marino, mentre nuove minacce si aggiungono, come le concessioni petrolifere onshore e offshore nelle regioni del nord del Paese. Durante la mia prima settimana di servizio ho visitato una zona periferica della città dove sorgono vari stabilimenti produttivi. L’odore, fortissimo e pungente, rendeva quasi impossibile respirare, mentre ascoltavo le testimonianze di alcuni residenti che raccontavano come ancora oggi persistano pratiche illegali, come il collegamento clandestino degli scarichi industriali alla rete fognaria domestica, con conseguenze dirette sulle famiglie della zona.</p>

    <p>Negli anni, l’Instituto Natura è diventato un punto di riferimento per la cittadinanza attiva. Il suo lavoro non si limita alla denuncia, ma mira a formare cittadini consapevoli e organizzati, in grado di difendere i propri diritti ambientali di fronte a imprese estrattive e istituzioni spesso assenti o indifferenti. Da parte mia, sono pronta a osservare e imparare, scoprendo come le grandi questioni globali – crisi climatica, inquinamento, energia – si intreccino con la vita quotidiana delle persone che resistono e si organizzano per difendere il proprio futuro.</p>

    <p class="signature"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/270d.png" alt="✍" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <em>Chiara Latella, </p>Casco Bianco a Chimbote, Perù</em></p>
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