Siamo finalmente arrivati al dispensario di Oveng Fang, l’ultima tappa della campagna di Santé.
Come ogni volta, il viaggio ha subito qualche interruzione casuale: che fosse per i bisogni di qualcuno, per un ponte non del tutto intatto o per due camion bloccati in mezzo alla strada, la meta è stata comunque raggiunta. Dopo tre ore di viaggio su strada sterrata, la polvere aveva invaso l’interno delle macchine; ogni parte del nostro corpo ne era ricoperta, ma nessuno si è posto il problema: eravamo tutti rapiti dai volti delle persone che ci attendevano come bambini che, alla finestra, aspettano il proprio supereroe preferito.
Sono loro il motivo per cui siamo qui, ancora una volta: per cercare di dare il massimo e alleviare quei dolori che si portano dietro da giorni, mesi, anni. Per rassicurarli e cercare di rendere le loro vite un po’ più sane. È questo il nostro obiettivo. Scendiamo dalla macchina senza esitare e senza porci problemi; scendiamo non come supereroi, ma come tredici persone pronte a tutto pur di provare a cambiare qualcosa.
Tutta la squadra, forte del suo sorriso, inizia a scaricare le macchine. Ognuno cerca di sistemare la propria postazione: gli spazi sono pochi e ristretti, l’acqua e la luce sono ben lontane dall’esserci. Ma non è un problema. Ci riuniamo tutti in un grande cerchio — personale e pazienti — per la preghiera. Tutti — cristiani, musulmani, atei — restiamo in silenzio, senza giudizi o barriere, immersi ognuno nei propri pensieri ma legati da qualcosa di più forte.
Siamo pronti, si inizia. Ognuno è concentrato sul proprio lavoro, ma tutti sono pronti ad aiutare l’altro.
Mi occupo delle consultazioni generali; è difficile incrociare i loro sguardi quando ti dicono che non possono permettersi le cure, che devono cercare i soldi anche solo per acquistare un paracetamolo o che, se decidono di fare gli esami, non avranno più nulla per la terapia. Allora proviamo ad aiutarli. Magari eviti di prescrivere un esame di laboratorio, sperando che la diagnosi supposta sia quella giusta, e prescrivi la terapia su quella base. A volte devi indicare i medicinali in ordine di importanza, anche se così rischi di non risolvere tutti i problemi. A volte li osservi scegliere chi far curare in famiglia, perché curare tutti è troppo costoso. Noi proviamo a supportarli anche economicamente, ma sono tanti e non riusciamo a farlo per tutti. Così cerchi di lavorare nonostante i sensi di colpa per essere nata nella “parte giusta” del mondo.
Nella stanza entra una donna di circa 50 anni: è venuta per una massa che ha da vent’anni. In tutto questo tempo aveva consultato molti medici e specialisti, ma o l’operazione era troppo costosa o il chirurgo non aveva il coraggio di operarla. Era sconfortata e, probabilmente, aveva già perso la speranza. Chiamo i chirurghi per valutare il caso. Philipp la guarda e le dice che avrebbe provato ad aiutarla; non le assicura nulla, ma le promette che non l’avrebbe lasciata andare via senza provarci. A lei non serviva altro: è corsa immediatamente a casa a prendere i risparmi ed è tornata.
Dopo un’ora, la donna era finalmente libera da quel peso. La gioia nei suoi occhi era luminosa; ci ha guardati e ha detto solo: “Merci”. Per noi era stato solo il nostro lavoro, ma per lei era cambiata la vita.
La giornata prosegue tra consultazioni, ecografie ed esami, senza fermarsi, perché quelle persone stavano aspettando noi. Quando finalmente il centro si svuota e restiamo solo noi del personale, ci ritroviamo per mangiare, ridere e cantare: ognuno di noi aveva vissuto un momento difficile e, insieme, è più facile superarli.
La seconda giornata inizia presto. Facciamo colazione insieme e si riparte. Veronica visita una ragazza per una consultazione prenatale. Purtroppo, questa volta, la paziente non uscirà dal dispensario felice: si tratta di una gravidanza anembrionica, un cosiddetto “uovo chiaro”. Per quanto Veronica abbia provato a spiegare che si poteva attendere per l’aspirazione, il rischio che la donna non tornasse più — andando incontro a una possibile infezione — era troppo alto. Si decide quindi di procedere manualmente, poiché in assenza di corrente l’aspiratore non può essere utilizzato.
Come infermiera di sala ho supportato il chirurgo durante la manovra, ma nel frattempo io e le altre colleghe abbiamo cercato di stare il più vicino possibile alla ragazza. Era cosciente, vigile; la sofferenza fisica si sovrapponeva a quella di aver perso un bambino che, per lei, era già reale. Al termine della procedura è entrata la madre e insieme le abbiamo aiutate a lavarsi e rivestirsi. Quando sono state pronte per andare via, anche loro hanno detto una sola cosa: “Merci”.
Ancora quel grazie che torna. Un grazie che non ti aspetti, perché quella ragazza della tua stessa età lascia il dispensario consapevole di aver perso qualcosa. Un grazie che non ti aspetti perché non sei riuscita a darle ciò che avrebbe voluto. Eppure, è un grazie che ti riempie il cuore.
Anche la seconda e la terza giornata giungono al termine. Ti fermi a pensare a quante persone hai visto, a quante hai cercato di aiutare e a quante, invece, non sei riuscita a dare il supporto che avresti voluto. Pensi a quei “grazie”, ai sorrisi, ai volti riconoscenti, e ti chiedi se ti meriti davvero tutto questo. Non trovi una risposta, ma ti torna in mente una frase di un film: “C’è del buono in questo mondo, è giusto combattere per questo”.
Rientri felice dagli altri e, dopo le ultime risate, si riparte. Ognuno con un bagaglio un po’ più pesante, ognuno con una storia in più da raccontare, ognuno con la consapevolezza di aver provato a fare del proprio meglio affinché questo mondo sia un posto migliore.
C’è del buono in questo mondo
Siamo finalmente arrivati al dispensario di Oveng Fang, l’ultima tappa della campagna di Santé.
Come ogni volta, il viaggio ha subito qualche interruzione casuale: che fosse per i bisogni di qualcuno, per un ponte non del tutto intatto o per due camion bloccati in mezzo alla strada, la meta è stata comunque raggiunta. Dopo tre ore di viaggio su strada sterrata, la polvere aveva invaso l’interno delle macchine; ogni parte del nostro corpo ne era ricoperta, ma nessuno si è posto il problema: eravamo tutti rapiti dai volti delle persone che ci attendevano come bambini che, alla finestra, aspettano il proprio supereroe preferito.
Sono loro il motivo per cui siamo qui, ancora una volta: per cercare di dare il massimo e alleviare quei dolori che si portano dietro da giorni, mesi, anni. Per rassicurarli e cercare di rendere le loro vite un po’ più sane. È questo il nostro obiettivo. Scendiamo dalla macchina senza esitare e senza porci problemi; scendiamo non come supereroi, ma come tredici persone pronte a tutto pur di provare a cambiare qualcosa.
Tutta la squadra, forte del suo sorriso, inizia a scaricare le macchine. Ognuno cerca di sistemare la propria postazione: gli spazi sono pochi e ristretti, l’acqua e la luce sono ben lontane dall’esserci. Ma non è un problema. Ci riuniamo tutti in un grande cerchio — personale e pazienti — per la preghiera. Tutti — cristiani, musulmani, atei — restiamo in silenzio, senza giudizi o barriere, immersi ognuno nei propri pensieri ma legati da qualcosa di più forte.
Siamo pronti, si inizia. Ognuno è concentrato sul proprio lavoro, ma tutti sono pronti ad aiutare l’altro.
Mi occupo delle consultazioni generali; è difficile incrociare i loro sguardi quando ti dicono che non possono permettersi le cure, che devono cercare i soldi anche solo per acquistare un paracetamolo o che, se decidono di fare gli esami, non avranno più nulla per la terapia. Allora proviamo ad aiutarli. Magari eviti di prescrivere un esame di laboratorio, sperando che la diagnosi supposta sia quella giusta, e prescrivi la terapia su quella base. A volte devi indicare i medicinali in ordine di importanza, anche se così rischi di non risolvere tutti i problemi. A volte li osservi scegliere chi far curare in famiglia, perché curare tutti è troppo costoso. Noi proviamo a supportarli anche economicamente, ma sono tanti e non riusciamo a farlo per tutti. Così cerchi di lavorare nonostante i sensi di colpa per essere nata nella “parte giusta” del mondo.
Nella stanza entra una donna di circa 50 anni: è venuta per una massa che ha da vent’anni. In tutto questo tempo aveva consultato molti medici e specialisti, ma o l’operazione era troppo costosa o il chirurgo non aveva il coraggio di operarla. Era sconfortata e, probabilmente, aveva già perso la speranza. Chiamo i chirurghi per valutare il caso. Philipp la guarda e le dice che avrebbe provato ad aiutarla; non le assicura nulla, ma le promette che non l’avrebbe lasciata andare via senza provarci. A lei non serviva altro: è corsa immediatamente a casa a prendere i risparmi ed è tornata.
Dopo un’ora, la donna era finalmente libera da quel peso. La gioia nei suoi occhi era luminosa; ci ha guardati e ha detto solo: “Merci”. Per noi era stato solo il nostro lavoro, ma per lei era cambiata la vita.
La giornata prosegue tra consultazioni, ecografie ed esami, senza fermarsi, perché quelle persone stavano aspettando noi. Quando finalmente il centro si svuota e restiamo solo noi del personale, ci ritroviamo per mangiare, ridere e cantare: ognuno di noi aveva vissuto un momento difficile e, insieme, è più facile superarli.
La seconda giornata inizia presto. Facciamo colazione insieme e si riparte. Veronica visita una ragazza per una consultazione prenatale. Purtroppo, questa volta, la paziente non uscirà dal dispensario felice: si tratta di una gravidanza anembrionica, un cosiddetto “uovo chiaro”. Per quanto Veronica abbia provato a spiegare che si poteva attendere per l’aspirazione, il rischio che la donna non tornasse più — andando incontro a una possibile infezione — era troppo alto. Si decide quindi di procedere manualmente, poiché in assenza di corrente l’aspiratore non può essere utilizzato.
Come infermiera di sala ho supportato il chirurgo durante la manovra, ma nel frattempo io e le altre colleghe abbiamo cercato di stare il più vicino possibile alla ragazza. Era cosciente, vigile; la sofferenza fisica si sovrapponeva a quella di aver perso un bambino che, per lei, era già reale. Al termine della procedura è entrata la madre e insieme le abbiamo aiutate a lavarsi e rivestirsi. Quando sono state pronte per andare via, anche loro hanno detto una sola cosa: “Merci”.
Ancora quel grazie che torna. Un grazie che non ti aspetti, perché quella ragazza della tua stessa età lascia il dispensario consapevole di aver perso qualcosa. Un grazie che non ti aspetti perché non sei riuscita a darle ciò che avrebbe voluto. Eppure, è un grazie che ti riempie il cuore.
Anche la seconda e la terza giornata giungono al termine. Ti fermi a pensare a quante persone hai visto, a quante hai cercato di aiutare e a quante, invece, non sei riuscita a dare il supporto che avresti voluto. Pensi a quei “grazie”, ai sorrisi, ai volti riconoscenti, e ti chiedi se ti meriti davvero tutto questo. Non trovi una risposta, ma ti torna in mente una frase di un film: “C’è del buono in questo mondo, è giusto combattere per questo”.
Rientri felice dagli altri e, dopo le ultime risate, si riparte. Ognuno con un bagaglio un po’ più pesante, ognuno con una storia in più da raccontare, ognuno con la consapevolezza di aver provato a fare del proprio meglio affinché questo mondo sia un posto migliore.
Claudia Lazzari
Casco Bianco a Sangmelima, Camerun
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