Lontano da casa, vicino al senso della cura — Francesca Calò
Lontano da casa, vicino al senso della cura
Un racconto di viaggio e di formazione — tra colline, sguardi e la riscoperta della vocazione
Come studentessa di Medicina, ho spesso sentito il bisogno di riallineare la mole di nozioni apprese con il motivo autentico per cui ho scelto questa strada. Tra lunghe ore di studio e l’ansia da esame, il ritmo incalzante dell’università può facilmente trasformare la vocazione in abitudine, la passione in routine.
Il senso profondo del mio percorso l’ho ritrovato lontano da casa, in Africa, in un piccolo ospedale di Rubya, immerso tra le colline verdi nei dintorni di Maleba, in Tanzania. Le persone ci hanno accolto come se fossimo parte del loro villaggio, con una curiosità aperta e un calore che sorprendeva. Per molti era la prima volta che vedevano una persona bianca: “Musungu, musungu!”, gridavano i bambini correndo per strada, ridendo al solo vederci. Quel contrasto — tra ciò che conoscevo e ciò che trovavo — era surreale e insieme profondamente vero.
La dedizione oltre la mancanza
Nell’ospedale mancavano macchinari sofisticati e molte risorse che per noi sono scontate. Eppure non mancava la dedizione: i medici e gli infermieri lavoravano con pazienza e competenza, con un senso di responsabilità che colmava ogni vuoto tecnologico. Osservarli mi ha fatta riflettere: migliorare la mia preparazione non è un fine personale, ma un mezzo per essere utile a chi ne ha più bisogno.
Sono tornata con la consapevolezza della fortuna che ho: poter studiare ciò che amo, vivere in un Paese dove l’assistenza sanitaria è più accessibile, poter decidere il mio futuro. In Tanzania ho incontrato persone intelligenti e determinate che, però, non avevano le stesse opportunità. Ho visto madri percorrere chilometri con i loro figli malati in braccio per raggiungere un ambulatorio. Ho capito che ciò che per noi è normale — un bicchiere d’acqua pulita, un farmaco, una visita medica — altrove è un privilegio. La mia vita e le mie possibilità sono un lusso che non si può dare per scontato.
Medicina come responsabilità
Medicina significa mettersi a servizio degli altri. Non può ridursi al semplice memorizzare pagine di manuali; è un impegno etico e una responsabilità verso la persona che sta davanti a noi. Da studentessa, ho capito che curare non è solo porre fine a un problema clinico, ma prendersi cura dell’essere umano nella sua interezza: ascoltare, spiegare, accompagnare.
Una lezione di umanità
Durante la settimana ruotavamo tra reparti diversi: la female ward, la male ward, la maternity ward e la children ward. Ogni giornata era una lezione: osservare il lavoro quotidiano, vedere pazienti che sorridevano nonostante il dolore, ascoltare medici il cui sguardo trasmetteva una missione più ampia di quella terapeutica.
La sera, quando la quiete scendeva sulle colline, ci ritrovavamo attorno a un tavolo. Quelle cene, con la semplicità delle parole e la condivisione delle ore, restavano impresse come momenti di verità: lì ho riscoperto la gratitudine per le piccole cose.
Quel periodo in Tanzania mi ha insegnato che la medicina non è soltanto una professione: è un modo di vivere la propria umanità. Mi ha ricordato perché ho scelto questa strada — per servire, per ascoltare, per imparare ogni giorno a essere un po’ più utile al mondo.
Rubya: dove la Medicina torna umana
Lontano da casa, vicino al senso della cura
Un racconto di viaggio e di formazione — tra colline, sguardi e la riscoperta della vocazione
Come studentessa di Medicina, ho spesso sentito il bisogno di riallineare la mole di nozioni apprese con il motivo autentico per cui ho scelto questa strada. Tra lunghe ore di studio e l’ansia da esame, il ritmo incalzante dell’università può facilmente trasformare la vocazione in abitudine, la passione in routine.
Il senso profondo del mio percorso l’ho ritrovato lontano da casa, in Africa, in un piccolo ospedale di Rubya, immerso tra le colline verdi nei dintorni di Maleba, in Tanzania. Le persone ci hanno accolto come se fossimo parte del loro villaggio, con una curiosità aperta e un calore che sorprendeva. Per molti era la prima volta che vedevano una persona bianca: “Musungu, musungu!”, gridavano i bambini correndo per strada, ridendo al solo vederci. Quel contrasto — tra ciò che conoscevo e ciò che trovavo — era surreale e insieme profondamente vero.
La dedizione oltre la mancanza
Nell’ospedale mancavano macchinari sofisticati e molte risorse che per noi sono scontate. Eppure non mancava la dedizione: i medici e gli infermieri lavoravano con pazienza e competenza, con un senso di responsabilità che colmava ogni vuoto tecnologico. Osservarli mi ha fatta riflettere: migliorare la mia preparazione non è un fine personale, ma un mezzo per essere utile a chi ne ha più bisogno.
Sono tornata con la consapevolezza della fortuna che ho: poter studiare ciò che amo, vivere in un Paese dove l’assistenza sanitaria è più accessibile, poter decidere il mio futuro. In Tanzania ho incontrato persone intelligenti e determinate che, però, non avevano le stesse opportunità. Ho visto madri percorrere chilometri con i loro figli malati in braccio per raggiungere un ambulatorio. Ho capito che ciò che per noi è normale — un bicchiere d’acqua pulita, un farmaco, una visita medica — altrove è un privilegio. La mia vita e le mie possibilità sono un lusso che non si può dare per scontato.
Medicina come responsabilità
Medicina significa mettersi a servizio degli altri. Non può ridursi al semplice memorizzare pagine di manuali; è un impegno etico e una responsabilità verso la persona che sta davanti a noi. Da studentessa, ho capito che curare non è solo porre fine a un problema clinico, ma prendersi cura dell’essere umano nella sua interezza: ascoltare, spiegare, accompagnare.
Una lezione di umanità
Durante la settimana ruotavamo tra reparti diversi: la female ward, la male ward, la maternity ward e la children ward. Ogni giornata era una lezione: osservare il lavoro quotidiano, vedere pazienti che sorridevano nonostante il dolore, ascoltare medici il cui sguardo trasmetteva una missione più ampia di quella terapeutica.
Quel periodo in Tanzania mi ha insegnato che la medicina non è soltanto una professione: è un modo di vivere la propria umanità. Mi ha ricordato perché ho scelto questa strada — per servire, per ascoltare, per imparare ogni giorno a essere un po’ più utile al mondo.
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