Un mese a Tabaka: il mio ritorno in Kenya da infettivologa
Era da anni che desideravo tornare in Africa. Già tra il quarto e il quinto anno di Medicina avevo trascorso un periodo in Kenya come volontaria, e quell’esperienza mi era rimasta nel cuore: sapevo che un giorno sarei tornata. Questa volta, però, da medico, con la consapevolezza e gli strumenti per restituire almeno una parte di ciò che quel Paese mi aveva donato.
Un giorno, quasi per caso, mi sono imbattuta nella proposta di AUCI per esperienze di volontariato breve. Era la fine del mio percorso di specializzazione: un momento di bilanci, di scelte, di nuove possibilità. Non ci ho pensato due volte. Ho scritto all’associazione con l’entusiasmo e l’urgenza di chi sente che è il momento giusto. Nel giro di un paio di mesi ero di nuovo in Africa. E, come se il destino avesse chiuso un cerchio, ancora una volta proprio in Kenya.
Quando sono arrivata al Tabaka Mission Hospital mi sentivo spaesata ed emozionata allo stesso tempo. Ero sola, la prima a partire con questo progetto, e per un attimo ho avvertito tutto il peso dell’ignoto. Ma è bastato davvero poco perché quel senso di smarrimento lasciasse spazio a qualcosa di diverso: accoglienza, calore, familiarità. Le persone che ho incontrato, il loro modo di farti spazio nella loro vita con una semplicità disarmante, hanno trasformato il “nuovo” in “casa” in tempi sorprendentemente brevi.
Ho lavorato per la maggior parte del tempo nel reparto di Medicina, ed è lì che ho conosciuto persone straordinarie: colleghi, pazienti, studenti, volti e storie che hanno attraversato il mio cuore e che so non ne usciranno più. Con molti di loro continuo ancora oggi a condividere messaggi, foto, ricordi. Non è solo un legame professionale: è un legame umano, profondo, che ti ricorda perché fai questo lavoro. Ho avuto anche la possibilità di trascorrere del tempo nell’ambulatorio HIV, un’esperienza a cui tenevo particolarmente perché è l’ambito a cui dedico gran parte del mio lavoro in Italia. Volevo vedere con i miei occhi come venisse gestita la presa in carico dei pazienti, quali fossero le sfide quotidiane, le risorse, le differenze e le somiglianze con la nostra realtà.
L’Africa ti costringe a guardare la cura da una prospettiva più ampia, più vera. Là ogni gesto conta: lo sguardo, l’ascolto, la presenza. La medicina si mescola inevitabilmente all’amore per le persone, alla responsabilità, alla fragilità. È un lavoro fatto di scienza, sì, ma alimentato dal cuore. È un equilibrio delicato in cui ti ritrovi a dare tanto, ma a ricevere ancora di più: gratitudine, sorrisi, fiducia, lezioni di resilienza e dignità.
In Kenya ho ritrovato il senso più puro del mio mestiere: curare, non solo trattare; essere accanto, non solo intervenire. Ho imparato che la cura, quella vera, è relazione. È un patto silenzioso tra chi offre e chi accoglie, tra chi sa e chi spera, tra mondi lontani che improvvisamente si riconoscono.
E mentre ripenso a quel mese, so che non è stata solo un’esperienza professionale: è stato un pezzo di vita che porterò sempre con me. Una cosa so con certezza: non vedo l’ora di tornare in Africa, per crescere ancora come medico e, soprattutto, come persona.
Tosca Semenzin
Infettivologa
Progetto Twende, Tabaka
Ritornare per restituire
Un mese a Tabaka: il mio ritorno in Kenya da infettivologa
Era da anni che desideravo tornare in Africa. Già tra il quarto e il quinto anno di Medicina avevo trascorso un periodo in Kenya come volontaria, e quell’esperienza mi era rimasta nel cuore: sapevo che un giorno sarei tornata. Questa volta, però, da medico, con la consapevolezza e gli strumenti per restituire almeno una parte di ciò che quel Paese mi aveva donato.
Un giorno, quasi per caso, mi sono imbattuta nella proposta di AUCI per esperienze di volontariato breve. Era la fine del mio percorso di specializzazione: un momento di bilanci, di scelte, di nuove possibilità. Non ci ho pensato due volte. Ho scritto all’associazione con l’entusiasmo e l’urgenza di chi sente che è il momento giusto. Nel giro di un paio di mesi ero di nuovo in Africa. E, come se il destino avesse chiuso un cerchio, ancora una volta proprio in Kenya.
Quando sono arrivata al Tabaka Mission Hospital mi sentivo spaesata ed emozionata allo stesso tempo. Ero sola, la prima a partire con questo progetto, e per un attimo ho avvertito tutto il peso dell’ignoto. Ma è bastato davvero poco perché quel senso di smarrimento lasciasse spazio a qualcosa di diverso: accoglienza, calore, familiarità. Le persone che ho incontrato, il loro modo di farti spazio nella loro vita con una semplicità disarmante, hanno trasformato il “nuovo” in “casa” in tempi sorprendentemente brevi.
Ho lavorato per la maggior parte del tempo nel reparto di Medicina, ed è lì che ho conosciuto persone straordinarie: colleghi, pazienti, studenti, volti e storie che hanno attraversato il mio cuore e che so non ne usciranno più. Con molti di loro continuo ancora oggi a condividere messaggi, foto, ricordi. Non è solo un legame professionale: è un legame umano, profondo, che ti ricorda perché fai questo lavoro. Ho avuto anche la possibilità di trascorrere del tempo nell’ambulatorio HIV, un’esperienza a cui tenevo particolarmente perché è l’ambito a cui dedico gran parte del mio lavoro in Italia. Volevo vedere con i miei occhi come venisse gestita la presa in carico dei pazienti, quali fossero le sfide quotidiane, le risorse, le differenze e le somiglianze con la nostra realtà.
L’Africa ti costringe a guardare la cura da una prospettiva più ampia, più vera. Là ogni gesto conta: lo sguardo, l’ascolto, la presenza. La medicina si mescola inevitabilmente all’amore per le persone, alla responsabilità, alla fragilità. È un lavoro fatto di scienza, sì, ma alimentato dal cuore. È un equilibrio delicato in cui ti ritrovi a dare tanto, ma a ricevere ancora di più: gratitudine, sorrisi, fiducia, lezioni di resilienza e dignità.
In Kenya ho ritrovato il senso più puro del mio mestiere: curare, non solo trattare; essere accanto, non solo intervenire. Ho imparato che la cura, quella vera, è relazione. È un patto silenzioso tra chi offre e chi accoglie, tra chi sa e chi spera, tra mondi lontani che improvvisamente si riconoscono.
E mentre ripenso a quel mese, so che non è stata solo un’esperienza professionale: è stato un pezzo di vita che porterò sempre con me. Una cosa so con certezza: non vedo l’ora di tornare in Africa, per crescere ancora come medico e, soprattutto, come persona.
Tosca Semenzin
Infettivologa
Progetto Twende, Tabaka