Un racconto di volontariato tra sabbia, mare e vita quotidiana
È mattina presto quando partiamo per la giornata di clinica mobile, ma il sole è già caldo: l’estate si avvicina inesorabilmente. In macchina ci stringiamo sui sedili dietro; qualcuno viaggia nel cassone insieme agli strumenti per le attività legate alla malnutrizione infantile. La musica non manca mai: è una costante in viaggio, ma non solo — anche in villaggio risuona sempre, che sia mattino, pomeriggio o notte, proveniente da abitazioni private, casse portate in giro dai ragazzi o bar deserti.
Attraversiamo paesaggi aridi; la strada è fatta di sabbia, come quasi tutto qui, nella regione di Toliara, nel sud-ovest del Madagascar. Ai lati, distese di alberelli e arbusti rinsecchiti, cactus e agavi. Incontriamo qualche carretto trainato dagli zebù, pastori che pascolano branchi di capre e che ci fissano sempre quando li superiamo, forse in rassegnata attesa della nube di sabbia che li avvolgerà.
Quando ci avviciniamo ai villaggi sulla costa, dal finestrino spunta il mare, di un blu che sembra irreale: io e Ambra ne siamo sempre ammaliate e ci esibiamo puntualmente in esclamazioni entusiaste, mentre gli agenti nutrizionali malgasci ridacchiano, abituati da sempre a quello spettacolo che a noi pare ancora una novità.
Arrivati in villaggio, sistemiamo il materiale nella zona che ci è stata designata – qualche volta una capanna, altre lo spazio ombreggiato di una veranda – e ci dedichiamo a pubblicizzare le attività della giornata per le strade, richiamando le famiglie con il megafono.
Mi piace particolarmente questo momento, perché mi consente di spiare la vita del villaggio attraverso la quotidianità dei suoi abitanti: una donna vende pomodori e cipolle esposti sui sacchi stesi a terra; un capannello di uomini, vecchi e giovani, è indaffarato attorno alle piroghe e alle reti da pesca. Bambini di varie età si rincorrono sulla spiaggia, impanati di sabbia da capo a piedi; masticano cose che non dovrebbero, scavano, giocano, ridono. Qualcuno dei più piccoli, rimasto indietro, piange disperato finché un fratello, una sorella o un amico più grande non decide di prenderlo in braccio.
Vicino alle case – un’armonia e disarmonia di abitazioni in mattoni, lamiera e vonjo, che sembrano uscite direttamente dalla fiaba dei Tre Porcellini per la loro varietà – ci sono donne che cucinano sulla fatapera, il fornello a carbone: friggono patate dolci o pesci, o lavano vestiti in grosse bacinelle di plastica colorata, con i bambini sempre attorno. Qualcuno ci saluta quando passiamo, qualcuno chiede delucidazioni sul punto di ritrovo, qualcun altro ci fissa senza parlare.
Di solito si presentano in tanti, alla spicciolata, e finalmente cominciamo con le nostre attività.
Lo screening della malnutrizione procede sempre a ritmo sostenuto: gli agenti nutrizionali sono un gruppo rodato e anche noi due, ormai, ci siamo impratichite con i numeri in francese e le indicazioni in malgascio – “sali qua”, “scendi”, “indietro coi piedi”, “no, non fa male, vedi?” – mentre maciniamo misurazioni e calcoli di score. I bambini si prestano al temuto esame della bilancia e dell’altimetro con due approcci profondamente diversi: qualcuno, spavaldo – ma sempre troppo pochi – si fa avanti senza paura, e c’è anche chi si pesa due o tre volte perché lo trova divertente; la maggioranza, invece, nutre un terrore irrazionale dei nostri strumenti e si rifiuta di rimanere in piedi sulla bilancia, esibendosi in pianti disperati.
Si imposta la terapia per i bambini che risultano malnutriti: farmaci antiparassitari prima di tutto, poi i prodotti nutrizionali. Si visitano i piccoli pazienti che abbiamo in carico, si valuta la loro situazione; infine, si raduna la piccola folla che si è creata per una lezione sulla corretta alimentazione, con tanto di attività interattive per verificarne l’apprendimento. Questa parte, di solito, piace di più ai bambini che non lasciarsi misurare: si spintonano per guadagnarsi un turno al “mercato”, dove devono fare la spesa per un pasto bilanciato. C’è sempre chi finisce per scegliere riso e patate insieme, ma certe convinzioni sono più difficili di altre da eradicare — e non solo in Madagascar.
Le visite della clinica mobile hanno un menù fisso — tosse, mal di pancia, mal di testa, le infinite carrellate di lesioni dermatologiche da parassiti o funghi — ma anche le specialità del giorno: una donna con il dispositivo contraccettivo sottocutaneo che spunta in parte dal braccio; un signore anziano con gli occhi giallo limone; una bambina con una brutta infezione alle orecchie dovuta ai buchi per gli orecchini.
Spesso ci si scontra con le difficoltà legate al contesto: basse risorse, qui, significa che i pazienti dovrebbero recarsi fino in capitale per un esame più approfondito – un viaggio impensabile, dal punto di vista economico, per la maggior parte delle persone – oppure che avrebbero bisogno di strumenti diagnostici o farmaci inesistenti in tutto il Madagascar. Il basso livello di scolarizzazione e di consapevolezza fa sì che le persone abbiano un’idea molto vaga del proprio corpo e della propria salute: talvolta i sintomi vengono ignorati per mesi o anni, considerati normali o sopportati, mentre altri vengono inventati o ingigantiti; le spiegazioni risultano vaghe, inconcludenti.
Infine, quando abbiamo il lusso di uno spazio chiuso, ci sono le ecografie in gravidanza.
Incontriamo tantissime mamme giovani: incinte a 16-17 anni del primo figlio, a 24-25 del terzo. La maggior parte non si mostra particolarmente interessata a ciò che appare sullo schermo, ma qualcuna si sporge per sbirciare. Ci lasciano fare, non fanno domande, se non qualcuna relativa al sesso del nascituro; quando alla fine dell’eco diciamo loro che è tutto a posto, però, un sorriso di solito ce lo regalano.
Mi chiedo spesso cosa passi per la testa di queste donne silenziose, che rispondono alle domande solo con un cenno del mento, che raramente mostrano emozioni: vorrei capire come vivono la gravidanza, il parto, la maternità, la vita di tutti i giorni in questi villaggi sperduti. Ma non è solo la barriera linguistica a impedirmelo: c’è anche una loro chiusura, un’impenetrabilità che a volte assomiglia ad apatia.
Mentre rientriamo ad Anakao, di nuovo stretti nella macchina che sobbalza sulla sabbia della strada, stanchi ma mai a tal punto da non cantare la solita playlist mista di musica malgascia e Olly, penso che in questo momento, in questo posto, con queste persone, mi sento profondamente felice.
Essere un’ostetrica civilista ad Anakao mi mette di fronte a continui contrasti: il bello col brutto, il puro col corrotto, la gioia con la rassegnazione, la vita con la morte, la buona volontà con i limiti; il mio privilegio — quello di aver potuto scegliere di venire qui, di potermici sentire felice e a casa — con l’inesorabilità di chi qui ci è nato.
Dove la sabbia incontra il mare: un giorno da casco bianco in Madagascar
Anakao, il respiro lento della cura
Un racconto di volontariato tra sabbia, mare e vita quotidiana
È mattina presto quando partiamo per la giornata di clinica mobile, ma il sole è già caldo: l’estate si avvicina inesorabilmente. In macchina ci stringiamo sui sedili dietro; qualcuno viaggia nel cassone insieme agli strumenti per le attività legate alla malnutrizione infantile. La musica non manca mai: è una costante in viaggio, ma non solo — anche in villaggio risuona sempre, che sia mattino, pomeriggio o notte, proveniente da abitazioni private, casse portate in giro dai ragazzi o bar deserti.
Attraversiamo paesaggi aridi; la strada è fatta di sabbia, come quasi tutto qui, nella regione di Toliara, nel sud-ovest del Madagascar. Ai lati, distese di alberelli e arbusti rinsecchiti, cactus e agavi. Incontriamo qualche carretto trainato dagli zebù, pastori che pascolano branchi di capre e che ci fissano sempre quando li superiamo, forse in rassegnata attesa della nube di sabbia che li avvolgerà.
Quando ci avviciniamo ai villaggi sulla costa, dal finestrino spunta il mare, di un blu che sembra irreale: io e Ambra ne siamo sempre ammaliate e ci esibiamo puntualmente in esclamazioni entusiaste, mentre gli agenti nutrizionali malgasci ridacchiano, abituati da sempre a quello spettacolo che a noi pare ancora una novità.
Arrivati in villaggio, sistemiamo il materiale nella zona che ci è stata designata – qualche volta una capanna, altre lo spazio ombreggiato di una veranda – e ci dedichiamo a pubblicizzare le attività della giornata per le strade, richiamando le famiglie con il megafono.
Mi piace particolarmente questo momento, perché mi consente di spiare la vita del villaggio attraverso la quotidianità dei suoi abitanti: una donna vende pomodori e cipolle esposti sui sacchi stesi a terra; un capannello di uomini, vecchi e giovani, è indaffarato attorno alle piroghe e alle reti da pesca. Bambini di varie età si rincorrono sulla spiaggia, impanati di sabbia da capo a piedi; masticano cose che non dovrebbero, scavano, giocano, ridono. Qualcuno dei più piccoli, rimasto indietro, piange disperato finché un fratello, una sorella o un amico più grande non decide di prenderlo in braccio.
Vicino alle case – un’armonia e disarmonia di abitazioni in mattoni, lamiera e vonjo, che sembrano uscite direttamente dalla fiaba dei Tre Porcellini per la loro varietà – ci sono donne che cucinano sulla fatapera, il fornello a carbone: friggono patate dolci o pesci, o lavano vestiti in grosse bacinelle di plastica colorata, con i bambini sempre attorno. Qualcuno ci saluta quando passiamo, qualcuno chiede delucidazioni sul punto di ritrovo, qualcun altro ci fissa senza parlare.
Di solito si presentano in tanti, alla spicciolata, e finalmente cominciamo con le nostre attività.
Lo screening della malnutrizione procede sempre a ritmo sostenuto: gli agenti nutrizionali sono un gruppo rodato e anche noi due, ormai, ci siamo impratichite con i numeri in francese e le indicazioni in malgascio – “sali qua”, “scendi”, “indietro coi piedi”, “no, non fa male, vedi?” – mentre maciniamo misurazioni e calcoli di score. I bambini si prestano al temuto esame della bilancia e dell’altimetro con due approcci profondamente diversi: qualcuno, spavaldo – ma sempre troppo pochi – si fa avanti senza paura, e c’è anche chi si pesa due o tre volte perché lo trova divertente; la maggioranza, invece, nutre un terrore irrazionale dei nostri strumenti e si rifiuta di rimanere in piedi sulla bilancia, esibendosi in pianti disperati.
Si imposta la terapia per i bambini che risultano malnutriti: farmaci antiparassitari prima di tutto, poi i prodotti nutrizionali. Si visitano i piccoli pazienti che abbiamo in carico, si valuta la loro situazione; infine, si raduna la piccola folla che si è creata per una lezione sulla corretta alimentazione, con tanto di attività interattive per verificarne l’apprendimento. Questa parte, di solito, piace di più ai bambini che non lasciarsi misurare: si spintonano per guadagnarsi un turno al “mercato”, dove devono fare la spesa per un pasto bilanciato. C’è sempre chi finisce per scegliere riso e patate insieme, ma certe convinzioni sono più difficili di altre da eradicare — e non solo in Madagascar.
Le visite della clinica mobile hanno un menù fisso — tosse, mal di pancia, mal di testa, le infinite carrellate di lesioni dermatologiche da parassiti o funghi — ma anche le specialità del giorno: una donna con il dispositivo contraccettivo sottocutaneo che spunta in parte dal braccio; un signore anziano con gli occhi giallo limone; una bambina con una brutta infezione alle orecchie dovuta ai buchi per gli orecchini.
Spesso ci si scontra con le difficoltà legate al contesto: basse risorse, qui, significa che i pazienti dovrebbero recarsi fino in capitale per un esame più approfondito – un viaggio impensabile, dal punto di vista economico, per la maggior parte delle persone – oppure che avrebbero bisogno di strumenti diagnostici o farmaci inesistenti in tutto il Madagascar. Il basso livello di scolarizzazione e di consapevolezza fa sì che le persone abbiano un’idea molto vaga del proprio corpo e della propria salute: talvolta i sintomi vengono ignorati per mesi o anni, considerati normali o sopportati, mentre altri vengono inventati o ingigantiti; le spiegazioni risultano vaghe, inconcludenti.
Infine, quando abbiamo il lusso di uno spazio chiuso, ci sono le ecografie in gravidanza.
Incontriamo tantissime mamme giovani: incinte a 16-17 anni del primo figlio, a 24-25 del terzo. La maggior parte non si mostra particolarmente interessata a ciò che appare sullo schermo, ma qualcuna si sporge per sbirciare. Ci lasciano fare, non fanno domande, se non qualcuna relativa al sesso del nascituro; quando alla fine dell’eco diciamo loro che è tutto a posto, però, un sorriso di solito ce lo regalano.
Mi chiedo spesso cosa passi per la testa di queste donne silenziose, che rispondono alle domande solo con un cenno del mento, che raramente mostrano emozioni: vorrei capire come vivono la gravidanza, il parto, la maternità, la vita di tutti i giorni in questi villaggi sperduti. Ma non è solo la barriera linguistica a impedirmelo: c’è anche una loro chiusura, un’impenetrabilità che a volte assomiglia ad apatia.
Mentre rientriamo ad Anakao, di nuovo stretti nella macchina che sobbalza sulla sabbia della strada, stanchi ma mai a tal punto da non cantare la solita playlist mista di musica malgascia e Olly, penso che in questo momento, in questo posto, con queste persone, mi sento profondamente felice.
Essere un’ostetrica civilista ad Anakao mi mette di fronte a continui contrasti: il bello col brutto, il puro col corrotto, la gioia con la rassegnazione, la vita con la morte, la buona volontà con i limiti; il mio privilegio — quello di aver potuto scegliere di venire qui, di potermici sentire felice e a casa — con l’inesorabilità di chi qui ci è nato.
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