Oggi ho catalogato il 299° libro della Biblioteca di Mafuiane. A febbraio, quando ero andato via di qui, erano un centinaio. Si appoggiavano mesti sugli scaffali a gruppi di cinque o sei: un colpo d’occhio bruttino, onestamente. Ora invece comincia a fare un vero effetto biblioteca: gli scaffali sono quasi pieni — presto dovremo comprare altre librerie — e confesso che vederlo mi rende felice (sono un po’ orgoglioso, dai).
Prima chiamarla “biblioteca” era un po’ improprio: la scelta di libri era davvero poca. C’erano i corsi e l’entusiasmo, questo sì, ma una biblioteca è soprattutto un posto pieno di libri, no? Guardate ora, tra le foto che vi lascio: ci sono libri di botanica, romanzi di scrittori mozambicani, libri di sociologia e filosofia, di matematica, chimica, fisica, biologia, molti libri scolastici, libri di psicologia e di medicina.
In questo momento sto scartando e catalogando, uno per uno, quelli donatici dall’Istituto Camões: frutto di alcune giornate passate a Maputo, la capitale, bussando alle porte di biblioteche e istituzioni che, a volte, decidono di donarci interi scatoloni di libri. (È la nostra seconda modalità di reperimento: più massimizzante, ma meno precisa della wishlist da cui voi ci regalate). Non nascondo che scoprire quali libri ci sono in quei pacchi etichettati “Per la Biblioteca di Mafuiane”, catalogarli e collocarli sugli scaffali dà belle sensazioni. Mi sembra che questa cosa — portare qui più libri possibile — sia la cosa più sensata che io possa fare in questo villaggio del Mozambico.
È probabile che quasi nessuno di loro verrà letto nei dieci mesi in cui io sono qui; ma da qui a dieci anni credo che ci saranno alcune centinaia di abitanti di Mafuiane che avranno letto un libro della Biblioteca, e forse ne avranno ricavato un interesse, un’ispirazione, un’aspirazione, una domanda. E queste cose mutano nel profondo le persone — io credo più di una qualsiasi lezione di inglese o di igiene pubblica che io e gli altri miei compagni bianchi istruiti pure eroghiamo; più di una formazione sull’uso di uno strumento diagnostico occidentale che qui, dopo la nostra partenza, verrebbe abbandonato in disuso perché non fa parte del loro modo di fare, o perché mantenerlo è troppo costoso, o perché il personale locale non ha mai avuto un vero interesse a imparare a usarlo. (Queste cose si capiscono bene dalle storie che i miei compagni medici raccontano del loro lavoro al centro di salute di Mafuiane, di cui in una prossima newsletter vi parlerò più approfonditamente).
Ecco perché mi sento bene mentre scarto queste casse, scopro che libri ci sono, li catalogo e immagino il giorno in cui qualcuno, scorrendoli sullo scaffale, sarà colpito da uno di loro.
E tra febbraio e oggi?
È una delle domande tipiche della cooperazione: quando ce ne andremo noi europei, quanto di ciò che abbiamo fatto — anche in collaborazione con la comunità locale — continuerà? Beh, questo è un caso abbastanza diverso.
In primis, non è veramente un caso di cooperazione internazionale. È stato il progetto di quattro amici, due mozambicani e due italiani, conosciutisi — è vero — per peripezie legate anche al mondo della cooperazione e delle missioni cristiane; ma quello è stato solo il pretesto. Io a febbraio non ero con nessuna ONG. Cavanisse ed Eduardo non lo sono, e non è all’orizzonte che lo siano. Ora sono qui in Servizio Civile con AUCI come ONG di invio.
In secundis, l’origine della Biblioteca non è stata soltanto un’iniziativa di uno straniero (mia o di Sofia), ma sin dall’inizio l’idea è stata discussa con Cavanisse ed Eduardo, e il suo gradimento è stato sondato tra i loro amici.
Terzo: il lavoro dei giovani gestori è sempre stato presentato come volontariato, senza soldi in gioco (non abbiamo un euro) e senza vantaggi materiali immediati.
Però — stavo dicendo — in mia assenza, cioè in assenza di uno straniero bianco con il suo modo di fare energico, occidentale, imbevuto di slanci di produttività e attività, e che ancora da molti è percepito automaticamente come chefe (il capo), la biblioteca è andata meglio di quanto mi aspettassi. I corsi sono proseguiti, i responsabili hanno deciso in autonomia di organizzare anche dei test per verificare l’apprendimento; sono state fatte alcune proiezioni; c’è stata una festa di fine corsi con la consegna di attestati agli studenti dei corsi di inglese e informatica. Insomma, la biblioteca è stata autonoma: i gestori — e non solo i fondatori — se ne sono assunti la responsabilità.
Lo interpreto come un segnale che la biblioteca è una cosa voluta, e forse addirittura creduta, dai ragazzi di Mafuiane, non solo da me. E che, in parte — è un’idea davvero dura a morire — sto riuscendo a non farmi percepire come un capo, con più diritti e responsabilità degli altri gestori.
Nel corso di questo anno di Servizio Civile cercheremo di invitare a crederci anche il resto della comunità del villaggio. Quello che era impossibile per dei giovani volontari — che nella vita hanno anche da lavare i panni al fiume, da cucinare per tutta la famiglia, da studiare per la scuola, da prendersi cura dei fratelli piccoli e dei figli dei vicini — di Mafuiane, che ricordo essere un villaggio rurale a due ore di chapa dalla città, è quello di cui mi sto occupando io ora: andare a Maputo in giornata, presentarsi alle istituzioni per reperire libri e contatti utili (per esempio con chi ci offra una formazione da bibliotecari), procurarsi un passaggio in macchina per trasportare i pacchi di libri, spendere i soldi per il trasporto. Le cose, insomma, per cui servono tempo e denaro.
Quando i libri diventano radici
La biblioteca che cresce da sola
Oggi ho catalogato il 299° libro della Biblioteca di Mafuiane. A febbraio, quando ero andato via di qui, erano un centinaio. Si appoggiavano mesti sugli scaffali a gruppi di cinque o sei: un colpo d’occhio bruttino, onestamente. Ora invece comincia a fare un vero effetto biblioteca: gli scaffali sono quasi pieni — presto dovremo comprare altre librerie — e confesso che vederlo mi rende felice (sono un po’ orgoglioso, dai).
Prima chiamarla “biblioteca” era un po’ improprio: la scelta di libri era davvero poca. C’erano i corsi e l’entusiasmo, questo sì, ma una biblioteca è soprattutto un posto pieno di libri, no? Guardate ora, tra le foto che vi lascio: ci sono libri di botanica, romanzi di scrittori mozambicani, libri di sociologia e filosofia, di matematica, chimica, fisica, biologia, molti libri scolastici, libri di psicologia e di medicina.
In questo momento sto scartando e catalogando, uno per uno, quelli donatici dall’Istituto Camões: frutto di alcune giornate passate a Maputo, la capitale, bussando alle porte di biblioteche e istituzioni che, a volte, decidono di donarci interi scatoloni di libri. (È la nostra seconda modalità di reperimento: più massimizzante, ma meno precisa della wishlist da cui voi ci regalate). Non nascondo che scoprire quali libri ci sono in quei pacchi etichettati “Per la Biblioteca di Mafuiane”, catalogarli e collocarli sugli scaffali dà belle sensazioni. Mi sembra che questa cosa — portare qui più libri possibile — sia la cosa più sensata che io possa fare in questo villaggio del Mozambico.
È probabile che quasi nessuno di loro verrà letto nei dieci mesi in cui io sono qui; ma da qui a dieci anni credo che ci saranno alcune centinaia di abitanti di Mafuiane che avranno letto un libro della Biblioteca, e forse ne avranno ricavato un interesse, un’ispirazione, un’aspirazione, una domanda. E queste cose mutano nel profondo le persone — io credo più di una qualsiasi lezione di inglese o di igiene pubblica che io e gli altri miei compagni bianchi istruiti pure eroghiamo; più di una formazione sull’uso di uno strumento diagnostico occidentale che qui, dopo la nostra partenza, verrebbe abbandonato in disuso perché non fa parte del loro modo di fare, o perché mantenerlo è troppo costoso, o perché il personale locale non ha mai avuto un vero interesse a imparare a usarlo. (Queste cose si capiscono bene dalle storie che i miei compagni medici raccontano del loro lavoro al centro di salute di Mafuiane, di cui in una prossima newsletter vi parlerò più approfonditamente).
Ecco perché mi sento bene mentre scarto queste casse, scopro che libri ci sono, li catalogo e immagino il giorno in cui qualcuno, scorrendoli sullo scaffale, sarà colpito da uno di loro.
E tra febbraio e oggi?
È una delle domande tipiche della cooperazione: quando ce ne andremo noi europei, quanto di ciò che abbiamo fatto — anche in collaborazione con la comunità locale — continuerà? Beh, questo è un caso abbastanza diverso.
In primis, non è veramente un caso di cooperazione internazionale. È stato il progetto di quattro amici, due mozambicani e due italiani, conosciutisi — è vero — per peripezie legate anche al mondo della cooperazione e delle missioni cristiane; ma quello è stato solo il pretesto. Io a febbraio non ero con nessuna ONG. Cavanisse ed Eduardo non lo sono, e non è all’orizzonte che lo siano. Ora sono qui in Servizio Civile con AUCI come ONG di invio.
In secundis, l’origine della Biblioteca non è stata soltanto un’iniziativa di uno straniero (mia o di Sofia), ma sin dall’inizio l’idea è stata discussa con Cavanisse ed Eduardo, e il suo gradimento è stato sondato tra i loro amici.
Terzo: il lavoro dei giovani gestori è sempre stato presentato come volontariato, senza soldi in gioco (non abbiamo un euro) e senza vantaggi materiali immediati.
Però — stavo dicendo — in mia assenza, cioè in assenza di uno straniero bianco con il suo modo di fare energico, occidentale, imbevuto di slanci di produttività e attività, e che ancora da molti è percepito automaticamente come chefe (il capo), la biblioteca è andata meglio di quanto mi aspettassi. I corsi sono proseguiti, i responsabili hanno deciso in autonomia di organizzare anche dei test per verificare l’apprendimento; sono state fatte alcune proiezioni; c’è stata una festa di fine corsi con la consegna di attestati agli studenti dei corsi di inglese e informatica. Insomma, la biblioteca è stata autonoma: i gestori — e non solo i fondatori — se ne sono assunti la responsabilità.
Lo interpreto come un segnale che la biblioteca è una cosa voluta, e forse addirittura creduta, dai ragazzi di Mafuiane, non solo da me. E che, in parte — è un’idea davvero dura a morire — sto riuscendo a non farmi percepire come un capo, con più diritti e responsabilità degli altri gestori.
Nel corso di questo anno di Servizio Civile cercheremo di invitare a crederci anche il resto della comunità del villaggio. Quello che era impossibile per dei giovani volontari — che nella vita hanno anche da lavare i panni al fiume, da cucinare per tutta la famiglia, da studiare per la scuola, da prendersi cura dei fratelli piccoli e dei figli dei vicini — di Mafuiane, che ricordo essere un villaggio rurale a due ore di chapa dalla città, è quello di cui mi sto occupando io ora: andare a Maputo in giornata, presentarsi alle istituzioni per reperire libri e contatti utili (per esempio con chi ci offra una formazione da bibliotecari), procurarsi un passaggio in macchina per trasportare i pacchi di libri, spendere i soldi per il trasporto. Le cose, insomma, per cui servono tempo e denaro.
Articoli recenti
Archivi
Categorie
Gallery Image
Subscribe Today
Calendar
Archivi