Mi decido ad andare nella newborn unit, la neonatologia di Tabaka. Non so dire il motivo preciso di quella scelta: ormai avevo iniziato dalla pediatria e avrebbe avuto molto più senso continuare in quel reparto. E invece, dentro di me, c’era una piccola vocina che mi diceva di andare a vedere la neonatologia.
In Italia, il reparto di neonatologia che ho frequentato è talmente avanzato da non lasciare morire nessun neonato senza aver tentato ogni possibile intervento. Abbiamo macchinari nuovi e scintillanti e, più il caso è disperato, più lottiamo fino allo stremo delle forze. Spesso ci scontriamo con il Comitato Etico, perché alcune vite che salviamo spingono a chiedersi: ma questa è vita?
A Tabaka la situazione è molto più semplice: si lascia fare a madre natura. Quando arrivo in reparto, scopro che quella mattina era avvenuto un parto pretermine di 24 settimane.
Premessa: i neonati sono a termine a 37 settimane. A 24 settimane i polmoni non sono sviluppati e manca il surfattante. Il farmaco per somministrarlo costa moltissimo, in Africa non c’è. E non si intuba. Per questo si rianimano solo i neonati da 28 settimane in poi. Quella mattina, però, per ragioni sconosciute, decidono di rianimare la 24 settimane.
Mi presento all’infermiere di turno: non c’è nessun pediatra, a parte me. Mi introduce con gentilezza al servizio, ai protocolli, alle cartelle. Nel reparto ci sono mamme solari che allattano i loro figli. Una in particolare ride cercando di parlarmi in inglese; è convinta che io sia americana e mi chiede se mi piacciono i broccoli e il junk food.
Poi vedo lei: uno scricciolo di bambina che usa ogni muscolo del suo minuscolo torace per prendere un briciolo d’aria. Il processo xifoideo scende di due, tre centimetri a ogni respiro. Una fatica immane. Una guerriera. Chiedo perché non fosse attaccata alla CPAP, che era lì, pronta. L’infermiere risponde: «In fondo la piccola va bene così, non serve fare nulla».
Ma non va bene così.
Decido di fare tutto quello che mi hanno insegnato: fare di tutto, sempre. Non siamo noi a decidere chi vive e chi muore. «Attiva la CPAP mentre io stimolo la piccola», dico. Il macchinario fischia: la bombola è vuota.
Inizia un’attesa assurda per ricaricare il telefono dell’infermiere e chiamare l’ingegnere. Cinque minuti. Dieci. Quindici. La bambina diventa marezzata. Alla fine arriva, sorridente, porgendomi la mano. Urlo: «PUT THE OXYGEN ON!».
Colleghiamo l’ossigeno. Il pediatra fisso arriva e mi aiuta. Il torace finalmente si rilassa, il colorito migliora, il battito sale a 140 bpm. Ce l’abbiamo fatta.
Parliamo con la madre. Ha già due figli, è provata, sa già tutto dagli occhi. Le spieghiamo che la piccola è stabile ma in condizioni gravissime. Annuisce: “Mi affido a voi”. In Africa il sostegno emotivo non è molto sviluppato. Io le parlo con dolcezza. Lacrime silenziose scendono sulle sue guance.
«Avevi già deciso un nome per tua figlia?»
«Sì. Joy.»
Quando torno in reparto, Joy è peggiorata. Il battito è sotto i 60 bpm. Andrebbe intubata, ma non si può. Massaggio cardiaco. Adrenalina. Non funziona. Non funziona niente. La piccola assume un colore indescrivibile. Non avevo mai visto morire un essere così piccolo.
Ora del decesso: 13:01.
Corro fuori e respiro tutta l’aria che Joy non ha potuto prendere. Davanti a me, il compito di dirlo alla madre. Lei mi viene incontro: capisce tutto dai miei occhi.
Dopo la documentazione, la cerco. La trovo sola, in un angolo del reparto maternità. Piange in silenzio. Cerco dei fazzoletti: non ce ne sono. L’infermiera mi guarda sorpresa: «Vuoi consolare la madre?»
Le porto delle garze come fazzoletti. Le dico che non è colpa sua. Non è colpa di nessuno.
Lei mi ringrazia: «I appreciate it.»
Il giorno in cui ho conosciuto Joy
Mi decido ad andare nella newborn unit, la neonatologia di Tabaka. Non so dire il motivo preciso di quella scelta: ormai avevo iniziato dalla pediatria e avrebbe avuto molto più senso continuare in quel reparto. E invece, dentro di me, c’era una piccola vocina che mi diceva di andare a vedere la neonatologia.
In Italia, il reparto di neonatologia che ho frequentato è talmente avanzato da non lasciare morire nessun neonato senza aver tentato ogni possibile intervento. Abbiamo macchinari nuovi e scintillanti e, più il caso è disperato, più lottiamo fino allo stremo delle forze. Spesso ci scontriamo con il Comitato Etico, perché alcune vite che salviamo spingono a chiedersi: ma questa è vita?
A Tabaka la situazione è molto più semplice: si lascia fare a madre natura. Quando arrivo in reparto, scopro che quella mattina era avvenuto un parto pretermine di 24 settimane.
Premessa: i neonati sono a termine a 37 settimane. A 24 settimane i polmoni non sono sviluppati e manca il surfattante. Il farmaco per somministrarlo costa moltissimo, in Africa non c’è. E non si intuba. Per questo si rianimano solo i neonati da 28 settimane in poi. Quella mattina, però, per ragioni sconosciute, decidono di rianimare la 24 settimane.
Mi presento all’infermiere di turno: non c’è nessun pediatra, a parte me. Mi introduce con gentilezza al servizio, ai protocolli, alle cartelle. Nel reparto ci sono mamme solari che allattano i loro figli. Una in particolare ride cercando di parlarmi in inglese; è convinta che io sia americana e mi chiede se mi piacciono i broccoli e il junk food.
Poi vedo lei: uno scricciolo di bambina che usa ogni muscolo del suo minuscolo torace per prendere un briciolo d’aria. Il processo xifoideo scende di due, tre centimetri a ogni respiro. Una fatica immane. Una guerriera. Chiedo perché non fosse attaccata alla CPAP, che era lì, pronta. L’infermiere risponde: «In fondo la piccola va bene così, non serve fare nulla».
Ma non va bene così.
Decido di fare tutto quello che mi hanno insegnato: fare di tutto, sempre. Non siamo noi a decidere chi vive e chi muore. «Attiva la CPAP mentre io stimolo la piccola», dico. Il macchinario fischia: la bombola è vuota.
Inizia un’attesa assurda per ricaricare il telefono dell’infermiere e chiamare l’ingegnere. Cinque minuti. Dieci. Quindici. La bambina diventa marezzata. Alla fine arriva, sorridente, porgendomi la mano. Urlo: «PUT THE OXYGEN ON!».
Colleghiamo l’ossigeno. Il pediatra fisso arriva e mi aiuta. Il torace finalmente si rilassa, il colorito migliora, il battito sale a 140 bpm. Ce l’abbiamo fatta.
Parliamo con la madre. Ha già due figli, è provata, sa già tutto dagli occhi. Le spieghiamo che la piccola è stabile ma in condizioni gravissime. Annuisce: “Mi affido a voi”. In Africa il sostegno emotivo non è molto sviluppato. Io le parlo con dolcezza. Lacrime silenziose scendono sulle sue guance.
«Avevi già deciso un nome per tua figlia?»
«Sì. Joy.»
Quando torno in reparto, Joy è peggiorata. Il battito è sotto i 60 bpm. Andrebbe intubata, ma non si può. Massaggio cardiaco. Adrenalina. Non funziona. Non funziona niente. La piccola assume un colore indescrivibile. Non avevo mai visto morire un essere così piccolo.
Ora del decesso: 13:01.
Corro fuori e respiro tutta l’aria che Joy non ha potuto prendere. Davanti a me, il compito di dirlo alla madre. Lei mi viene incontro: capisce tutto dai miei occhi.
Dopo la documentazione, la cerco. La trovo sola, in un angolo del reparto maternità. Piange in silenzio. Cerco dei fazzoletti: non ce ne sono. L’infermiera mi guarda sorpresa: «Vuoi consolare la madre?»
Le porto delle garze come fazzoletti. Le dico che non è colpa sua. Non è colpa di nessuno.
Lei mi ringrazia: «I appreciate it.»
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